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C’è un sottogenere giornalistico che ormai periodicamente fa capolino sulle pagine di quotidiani e riviste di tutto il mondo: quello che racconta di chi decide di stare per un periodo senza internet. Più o meno il tenore degli interventi è «Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi», e poi via con una serie di episodi più o meno banali che hanno caratterizzato la vita dello sventurato giornalista nel periodo di digiuno digitale forzato. Generalmente il primo impatto è scioccante, all’improvviso si schiudono ampi margini di tempo libero che il protagonista non sa come riempire. Poi l’ansia da socialità prende il sopravvento, perché senza Facebook e affini è dura tenersi in contatto con amici e affetti. I dispositivi tecnologici perdono i propri super-poteri se si disabilita la scheda wi-fi, come spiega Francesco Aquino in un articolo uscito qualche giorno fa sul Post: «I momenti più difficili senza internet erano la mattina quando mi sedevo sulla tazza del water. Senza connessione, tutti i limiti del mio Ipad venivano a galla. C’era qualche giochino, certo, qualche inutile strumento musicale o applicazione per disegnare. Me ne stavo seduto in attesa di liberare l’intestino disegnando strane figure artistiche concettuali (sovrapponevo triangoli e quadrati e poi li coloravo con tinte fosforescenti) oppure suonando una mini batteria digitale. Senza internet, chissà perché, il mio metabolismo rallentò di colpo e le sedute in bagno aumentarono di colpo». Mens sana in corpore sano, ma se manca la distrazione dal web l’intestino si fa pigro.

Aquino si è limitato a passare un mese senza internet, le vacanze estive, in condizioni di vita diverse da quelle della normale vita lavorativa. Un esperimento che quindi fa poco testo, perché manca un raffronto rispetto al non avere internet nella vita di tutti i giorni. La vacanza è già uno “staccare la spina”, senza internet è come spegnere anche il contatore generale. C’è chi invece ha cercato di fare un’esperienza più impegnativa, ossia stare ben un anno senza internet. Si tratta del giornalista statunitense Paul Miller, che scrive per The Verge. In questo caso la testata per cui lavora ha deciso di continuare a pagarlo per tutta la durata dell’esperimento, così Miller ha potuto fare cose altrimenti impossibili, quali «leggere 100 pagine dell’Odissea d’un fiato, mentre prima era difficile arrivare già a una decina». Poi però la curva dell’entusiasmo si è abbassata, fino a cadere nel quadrante negativo: «Senza Internet è certamente più difficile trovare le persone. È più difficile fare una telefonata, che inviare un’e-mail. Un mio amico si è trasferito in Cina l’anno scorso, e non ho parlato con lui da allora. Il mio migliore amico è semplicemente svanito nel suo lavoro, e io sono caduto fuori sincronia con il flusso della vita, perché Internet è il posto dove ci sono le persone».

Bisogna riconoscere a Miller il merito di essere andato a fondo nella questione: un anno non è poco, e se la tua vita è così “interconnessa” è davvero difficile stare al passo degli altri. Meno tollerabili sono quegli articoli in cui il giornalista racconta di quanto sia stato bello ritrovarsi per pochi giorni con computer e smartphone fuori uso, come questo blogger di Vanity Fair: «È stato bello, per cinque giorni, dimenticarsi della Rete. Non guardare la posta, né Facebook, né i quotidiani, né il mio amato blog. Riuscivo a malapena a comunicare via sms, e questo già mi bastava: sto bene, fa caldo, sono stanco, è tutto molto emozionante, sono a Maputo. Che io manco lo sapevo che esisteva Maputo. Ma ovviamente ho controllato in rete!». Vabbeh, così non vale.

In ogni caso, ci sembra un po’ assurdo parlare ancora di internet come di qualcosa che va abbracciato “tutto o niente”, per così dire. Chi scrive questo genere di articoli ha forse sviluppato una dipendenza dal web che lo rende più fragile di fronte all’idea di rinunciare a una fetta così rilevante della sua vita. La realtà è che, come qualsiasi cosa, se riusciamo a dominarla e non farci dominare, non c’è alcun bisogno di chiedersi come sarebbe la vita senza. Viene in mente il libro di Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, in cui il giornalista si impegnava a non prendere l’aereo per un intero anno (il 1993), senza però rinunciare a proseguire la propria attività professionale. La sua vita ha preso da subito una piega diversa, i ritmi sono rallentati, il mondo è diventato più grande e ne è nata l’occasione per scoprire nuovi aspetti dei luoghi d’Oriente che pensava di conoscere a memoria. Insomma, un’esperienza un po’ più densa di chi, spegnendo l’iPad, scopre la Settimana enigmistica.