«Voleresti su un aereo che non può atterrare?». La domanda è di Stefano Leoni, presidente Wwf Italia, e si parla di energia atomica. Il quesito (parola più che mai attuale in questi giorni) non è poi tanto retorico, perché sappiamo bene che quella nucleare «è una forza che sappiamo come accendere, ma non come spegnere. Produce scorie altamente radioattive che non sappiamo come gestire». Ma nonostante ciò, sono in funzione 437 reattori in trenta Paesi (dati Worldwatch Institute). Recentemente ne sono stati chiusi ben tredici. Sei si trovano a Fukushima, Giappone, e sono spenti per cause ben note, direttamente collegate allo tsunami che ha colpito la costa a marzo. Gli altri sette sono in Germania, e l’idea di chiuderli è arrivata proprio a seguito della calamità nipponica, per questioni di sicurezza. Doveva essere un provvedimento provvisorio quello annunciato da Angela Merkel, e invece è di alcuni giorni fa la notizia che la Germania si propone di chiudere l’ultimo reattore sul suo territorio entro il 2022. La cancelliera «ha deciso di ignorare riserve e ‘nyet’ dei poteri economici, pure sostenuti dall’ala destra del suo partito e dai suoi alleati di governo liberali (Fdp), e di seguire la scelta degli elettori e del paese reale. Ascoltando opposizioni, sindacati e chiese più che non i produttori d’energia e gli imprenditori». Come sarebbe bello se la stessa identica frase si potesse leggere sui quotidiani italiani tra qualche giorno, riferita però al nostro Paese e alle decisioni del Governo dopo la consultazione del 12 e 13 giugno.

E invece siamo qui a fare i conti con un referendum che ha avuto bisogno della Corte di cassazione per ricevere conferma del testo (aspettiamo di sapere cosa deciderà il Ministero competente in merito alle preferenze espresse dagli italiani all’estero, che hanno già votato la versione precedente). Nel frattempo, in Sardegna, i cittadini hanno dichiarato nettamente la loro opposizioni all’utilizzo del territorio della regione come base d’appoggio per nuovi eventuali reattori. Sarà in parte l’atteggiamento Nimby (Not in my backyard, ossia la dinamica per cui tutti si dicono favorevoli a che si investa nel progresso scientifico e tecnologico, purché le esternalità negative che esso porta non incidano negativamente con la quotidianità di chi parla), ma 97,13% è una percentuale su cui c’è poco da commentare.

Giappone, Germania, Italia. Il primo è stato colpito da un evento devastante. La seconda ha capito che non c’è bisogno di trovarsi in una situazione drammatica per operare una sterzata profonda nella gestione energetica. Ora tocca a noi, cittadini innanzitutto e politici poi, saper dare concretezza all’idea di mondo che abbiamo. «Tra il 2020 e il 2030 il governo vuole che le energie rinnovabili passino a coprire almeno tra il 70 e l’80 per cento del totale del fabbisogno d’energia» della Germania. E i tedeschi non sono certo noti come visionari, non sarebbero la prima potenza economica europea. «Se la locomotiva d’Europa decide di fare a meno del nucleare, sobbarcandosi i costi ingenti della dismissione delle centrali, perchè l’Italia -che questa scelta l’aveva già fatta grazie al referendum del 1986- dovrebbe rientrare proprio oggi nella follia nucleare?». La risposta agli elettori. Ciascuno avrà la propria, che si concretizzerà nel gesto più sintetico: una croce sul Sì o sul No il 12 e 13 giugno. Noi, ripensando all’immagine dell’aereo che non può atterrare, un’idea l’abbiamo. E per una volta ci auguriamo di trovare coda ai seggi, perché vorrà dire che forse saremo abbastanza da superare lo scoglio del quorum, e dare dignità alla consultazione. Buon voto a tutti. (Referendum – 1. Continua)

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