La morte di Paolo Villaggio, avvenuta lo scorso 3 luglio, è stata l’occasione per riscoprire i suoi tanti meriti artistici. Negli anni l’attore e scrittore ha costruito e reso popolare un tipo di comicità e di linguaggio che ancora oggi, a decenni di distanza dall’invenzione del personaggio di Fantozzi, permeano il modo di esprimersi degli italiani di diverse generazioni. Pubblichiamo una riflessione di Daniele Martino uscita su Doppiozero.com.

Nel gennaio del 2013 l’editore storico di Paolo Villaggio, Rizzoli, ha pubblicato Fantozzi, rag. Ugo. La tragica e definitiva trilogia: 580 pagine che riunivano i “romanzi” Fantozzi (prima uscita 1971), Il secondo tragico libro di Fantozzi (1974) e Fantozzi contro tutti (1979), editor Oreste Del Buono. L’ho comprato appena l’ho scoperto. Ho sempre pensato che la lingua inventata da Paolo Villaggio quasi cinquanta anni fa fosse un unicum non della letteratura italiana di serie B, o della non-letteratura, ma qualcosa che nel tempo si sarebbe rivelata come epocale. Stefano Bartezzaghi chiude quel tomo grosso come Guerra e pace o I Buddenbrock con una postfazione lessicale a mio giudizio fondamentale: Il Fantozzi della lingua italiana censisce l’incredibile quantità di utilizzi spiazzanti e roboanti da parte di Villaggio scrittore che in quegli anni creò un vero vocabolario ironico diffuso, che anticipò il seguente fenomeno lessicale di altro consumo pop quali ad esempio generò il Drive In di Antonio Ricci su Italia 1 dieci anni dopo (1983-1988).

Il primo personaggio comico scritto e interpretato da Paolo Villaggio che vidi in televisione alla fine degli anni Sessanta (avevo 10 anni e la tv era un rito della già di per sé deprimente domenica pomeriggio che mi attraeva e insieme mi dava malessere per quel suo messaggiare a una “famiglia” che doveva riunirsi in quanto “famiglia” davanti a una televisione finalmente “per famiglie” chiuse in casa) fu lo straordinario professor Otto von Kranz: vestito con frac e tuba, con pesante accento tedesco, sbruffone e ciarlatano, irrompeva nel vasto studio televisivo Rai di Quelli della domenica, e si martellava un ginocchio, o finiva per tuffarsi da un trampolino dentro una bacinella, conficcandocisi tragicamente. Faceva molto ridere, pure se il gag altro non era che una formula da comiche del cinema muto.

La prima cosa che mi spiazzò, che me lo fece percepire come uno strano personaggio inedito della Rai, era il misto di crudeltà e sfiga che buttava dentro il “decoro domestico” dell’Italia svirgolata dal Sessantotto.

Gli italiani non hanno mai voluto apparire né crudeli né sfigati, pur essendolo frequentemente sia nella storia sia nella vita privata di tutte le ere storiche. L’accento tedesco serviva a rassodare il senso di alienazione che generava quel violento imbecille e a esorcizzare la sensazione che sbruffoni sfigati crudeli e imbecilli fossimo tutti noi che lo stavamo guardando.

Quando esce il primo Fantozzi in libreria, quindi, Villaggio non è né uno scrittore né uno sconosciuto, e la sua collocazione in libreria è imbarazzante. All’epoca non c’era traccia della vulgata fantozzesca generata dagli svariati film di Neri Parenti con Villaggio ottimo protagonista. Fantozzi era stato anticipato da Fracchia, l’altro sfigato, succube, ignavo, devastabile impiegato che si afflosciava spassosamente sulla poltrona floscia di moda nel design di allora di fronte al crudele, spietato dirigente interpretato da un magistrale Gianni Agus. Fracchia aveva le mani sudatissime, e quasi non riusciva a parlare. Fantozzi aveva anche lui grande difficoltà a parlare (oggi lo definirei l’antitesi assoluta dell’assertivo), ma la novità era che la voce narrante di quei “romanzi” non solo conosceva molto bene la lingua italiana, ma sapeva addirittura crearne una sua. Il periodare era secco, di brevi frasi. Le frasi virgolettate erano insieme essenziali e icastiche. Il cronista procedeva implacabile nella narrazione di questo principe della sfiga impiegatizia senza compassione alcuna, e senza moralismo alcuno. I personaggi erano definiti molto chiaramente, e se non fosse stato per la ferocia inedita si sarebbe potuto pensare a una specie di Gogol (lo scrivo prima di scoprire che Gianni Canova nel suo lemma Fantozziano – in Anni Settanta, a cura di Belpoliti-Canova-Chiodi, Skira 2007, ha già parlato del Cappotto come modello) che invece della insensata burocrazia zarista si fosse messo a narrare l’insensato Moloch della impiegatizzazione di massa italiana.

Nel suo lessico fantozziano, Bartezzaghi sbulina alcune parole chiave del Villaggio narratore: Allucinante/Allucinazioni (bella virata sfigata degli sballi psichedelici hippie di quegli anni), Amputarsi, Aziendale, Cambiali, Cesso, Coglione, Craniata, Crisi mistica (unica via di uscita per un povero Cristo sottoposto a iterate torture), Feroce, Lupi, Megagalattico, Mostruoso, Mutandoni, Nuvoletta dell’impiegato, Orrendo, Rutto, Schianto/Schiantarsi, Tedeschi, Terrificante, Tragico, Valanga.

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