La rivista scientifica Nature ha chiesto a 321 ricercatori provenienti da diversi paesi di raccontare se, dopo avere rilasciato interviste o essersi esposti sui social media a proposito del COVID-19, avessero subito un qualche tipo di attacco. 47 di loro (15 per cento) hanno risposto di avere ricevuto minacce di morte e 72 (22 per cento) sono stati minacciati di violenza fisica e sessuale. Sei di loro hanno subito aggressioni fisiche. Oltre la metà (59 per cento) ha detto che la propria credibilità è stata messa sotto attacco e il 42 per cento ha dichiarato di aver sofferto di stress psicologico o emotivo. Nel 30 per cento dei casi la reputazione del ricercatore o ricercatrice è stata danneggiata.

In percentuali minori sono stati riportati altri attacchi come email aggressive, la pubblicazione di dati personali come l’indirizzo o il numero di telefono della vittima (pratica nota come doxxing), attacchi razzisti, cyber attacchi, campagne di denigrazione coordinate, muri di casa imbrattati, ecc.

Più di un quarto dei rispondenti subisce sempre o abitualmente commenti negativi dai troll (utenti che interagiscono con intenti provocatori) sui social network dopo aver parlato sui media di COVID-19.

Un po’ a sorpresa, non sono state rilevate differenze significative tra uomini e donne nella frequenza e intensità delle minacce.

Il problema è noto e riguarda anche persone che ricoprono incarichi di altissimo livello. Basti pensare che a Anthony Fauci, capo dell’Istituto nazionale statunitense delle allergie e malattie infettive, è stata assegnata una scorta dopo che lui e la sua famiglia avevano ricevuto minacce di morte.

Il fenomeno non riguarda solo il COVID-19, bensì altri temi il cui dibattito si è via via polarizzato, come l’emergenza climatica, i vaccini o l’impatto della diffusione delle armi da fuoco. Ma a detta di molti scienziati che hanno parlato con Nature, la pandemia ha portato lo scontro a livelli mai visti prima d’ora.

Reazioni

Alcuni ricercatori coinvolti nella ricerca hanno detto di avere imparato a fare i conti con le molestie, accettandole come uno sgradevole effetto collaterale della possibilità di comunicare con il pubblico. E comunque l’85 per cento dei partecipanti ha valutato totalmente o prevalentemente positiva la sua esperienza con i media, nonostante gli attacchi successivi.

Il sondaggio rivela però che, anche tra coloro che hanno imparato a minimizzare gli abusi subiti, questi potrebbero già avere avuto un chilling effect sul loro modo di fare comunicazione scientifica. Con chilling effect si intende la riluttanza ad affrontare certi temi per timore delle conseguenze, il che rappresenta un problema per la libertà di fare ricerca scientifica nel mondo.

In una certa misura, le molestie subite dagli scienziati sono il riflesso del loro accresciuto status di figure pubbliche, spiega Nature.

Tra i temi che raccolgono più reazioni violente, nell’esperienza dell’epidemiologo Gideon Meyerowitz-Katz ci sono i vaccini e alcune medicine ritenute efficaci (senza prove) contro il COVID-19.

Un altro argomento che attrae molti attacchi è la questione dell’origine del virus SARS-Cov-2. Due dei centri media scientifici che hanno partecipato allo studio (quello australiano e quello inglese) dicono di avere chiesto a più di 20 scienziati di esprimersi pubblicamente in proposito, ma nessuno di essi ha acconsentito.

Strategie di sopravvivenza

La prima cosa che cercano di fare i ricercatori è ignorare gli abusi. Filtrare e bloccare gli indirizzi mail e i troll sui social media, per esempio. Qualcuno arriva a cancellare il proprio account, come ha raccontato uno degli scienziati coinvolti: «È terribile aprire la posta o accedere a Twitter ogni giorno e trovarsi minacce di morte. E poi richiede tempo filtrare i messaggi e segnalare gli utenti».

Meno della metà dei partecipanti al sondaggio (44 per cento) ha parlato delle minacce ai propri superiori. Fra coloro che l’hanno fatto, l’80 per cento ha trovato supporto dal proprio datore di lavoro. Probabilmente quindi parlarne con la propria organizzazione è una buona prassi per avere assistenza.

Quando ci sono di mezzo i social media, capita spesso che le piattaforme non prendano posizione perché le molestie denunciate “non violano i termini di utilizzo” delle stesse. C’è quindi un problema che riguarda anche l’incapacità delle aziende che gestiscono i social media di monitorare e agire quando dovrebbero. Il fatto che piattaforme come Twitter siano usate da milioni di utenti ogni giorno rende necessario l’uso di algoritmi per valutare eventuali violazioni, ma questi spesso sono inaccurati o facilmente aggirabili.

(Foto di Brett Andrei Martin su Unsplash )

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