Ora che è stata presa la decisione definitiva sulla candidatura alle Olimpiadi 2024 da parte della sindaca di Roma, Virginia Raggi, è tempo di fare qualche considerazione sulla faccenda. Al netto, ovviamente, delle polemiche pro o antigrilline che hanno inquinato la discussione, esagerandone i toni. Le opinioni a favore o contro le olimpiadi si sono infatti presto trasformate in prese di posizione a favore o contro la sindaca, distorcendo così i termini del confronto. Se si mette da parte un momento la questione della “tifoseria”, e si guardano con calma alcuni numeri contenuti in ricerche in merito alle olimpiadi, si arriva presto alla conclusione che quella di Raggi è stata probabilmente una decisione di buon senso. Chi sostiene il contrario lo fa probabilmente perché ha degli interessi legati alla candidatura, oppure perché trascinato dall’entusiasmo e dalle prospettive di prestigio internazionale che dalle olimpiadi potrebbero derivare.

I numeri raccolti finora da studi non commissionati da enti promotori o soggetti interessati all’evento parlano di una realtà che non giova all’economia dei Paesi che ospitano le olimpiadi. Il dato più evidente, raccolto in una ricerca pubblicata dallo studioso Bent Flyvbjerg, che lavora per la Saïd Business Scholl (che è un dipartimento dell’Università di Oxford), ha stimato che negli ultimi cinquantacinque anni lo scostamento dei costi per le olimpiadi è risultato in media pari al 156 per cento. Cioè mediamente le previsioni di spesa fatte (quelle degli entusiasti, che partono con l’idea di volersi candidare per ospitare le olimpiadi e poi cercano di dimostrare che conviene) prima di iniziare i lavori tendono a essere sottostimate, in media, del 156 per cento. «Le stime ex ante sono quindi spesso così irrealistiche perché distorte da interesse e confirmation bias – spiega su Econopoly Rosamaria Bitetti –: tendono a sottostimare i costi e a ingrandire le possibilità di guadagno proprio perché realizzate o commissionate da chi più spera in questi eventi. È forse questo il caso dello studio dell’Univestità Tor Vergata (che avrebbe ricevuto le infrastrutture delle Olimpiadi romane), finanziato dal Coni, che prevedeva con le Olimpiadi 4 miliardi di risorse aggiuntive, con una crescita del Pil stimata al 2,4 per cento nel periodo 2017-2023, per la Regione Lazio e Roma Capitale».

Sempre Flyvbjerg, nel 2002, ha calcolato anche quanto si discostano in media le previsioni di spesa per le infrastrutture, e ha scoperto che ci si aggira su percentuali molto più basse: ci si sbaglia «del 20 per cento nel caso di strade – prosegue l’articolo di Bitetti –, del 34 per cento nel caso di ponti e tunnel, del 45 per cento nel caso di ferrovie (Flyvbjerg et al. 2002): motivo per cui, se l’argomentazione pro-olimpiadi è quella delle infrastrutture, è meglio fare direttamente quelle». Un buon sindaco dovrebbe occuparsi di strade, infrastrutture, strutture sportive e non, a prescindere dal fatto di ospitare o meno le olimpiadi. Inutile quindi far finta che ci vogliano i Giochi per avere tutto il resto. Una volta ottenuta la candidatura, inoltre, non ci si può più tirare indietro. Si deve presentare un dossier con la previsione di costi e tempi di realizzazione. La data di fine lavori non è prorogabile, ed è anche per questo che negli anni gli organizzatori, trovandosi in difficoltà rispetto alla scadenza, hanno dovuto immettere altri soldi per fare in modo che si arrivasse pronti per l’apertura. «I nostri dati suggeriscono – cita dalla ricerca di Flyvbjerg un articolo di ValigiaBlu – che il dossier è simile alla scrittura di un assegno in bianco per l’evento, con la certezza che il costo sarà più alto di quello presentato in fase di candidatura».

Stessa cosa si può dire per le speranze di rilancio dell’occupazione o del turismo. La prima registra solitamente un aumento nel periodo di realizzazione dei lavori, per poi rientrare nella media del territorio non appena le olimpiadi finiscono. Per quanto riguarda il turismo, Roma è già una delle mete turistiche più visitate al mondo, quindi probabilmente non ha bisogno di un evento così grande per attrarre attenzione su di sé. Ciò che non viene detto dagli entusiasti è che poi il prevedibile passivo derivante dall’organizzazione dei Giochi ricade sull’intera collettività, che con le tasse dovrà pagare per anni il prezzo del “prestigio” ottenuto. Cosa che ovviamente non riguarda invece i promotori delle olimpiadi, che a quel punto saranno già altrove in cerca di nuove opportunità di business.

In conclusione, non ci sembra che Roma abbia le caratteristiche per permettersi il lusso di mettersi in questa impresa. Già la gestione di cose normali come il trasporto urbano e i rifiuti risulta compromessa da anni di cattiva amministrazione. Si pensi prima a queste e altre faccende urgenti, per le vetrine internazionali il treno prima o poi ripassa sempre.

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