Ieri abbiamo messo in fila alcune parole che non vorremmo più sentire nell’anno appena iniziato. Oggi completiamo il quadro con una serie di parole che invece vorremmo sentire più spesso.

Vaccino. O meglio, piano vaccinale. Le informazioni sui piani del governo in merito arrivano col contagocce. Il vaccino contro il coronavirus è una conquista troppo importante per sprecarla. Le persone sono ormai esasperate dalle misure contenitive della pandemia, e dal vivere senza un orizzonte preciso sui piani per la somministrazione dei vaccini da qui ai prossimi mesi. Certo non è facile dare risposte certe, in una situazione così fluida e ricca di colpi di scena. Però un maggiore sforzo di chiarezza nella comunicazione con i cittadini è d’obbligo.

Trasparenza. Collegata alla parola precedente, ma stavolta riferita a tutto ciò che riguarda la gestione della cosa pubblica. Da queste pagine abbiamo più volte invocato una maggiore trasparenza sui dati della pubblica amministrazione, affinché (grazie agli esperti che li analizzano) i cittadini siano informati su come vengono prese le decisioni che li riguardano. La tendenza a una gestione “commissariale” di qualsiasi situazione si discosti dagli “affari correnti” porta a una centralizzazione del potere decisionale su poche persone, che devono rispondere solo a se stesse. I cittadini si sentono così sempre più lontani da chi dovrebbe amministrare le risorse pubbliche per il loro bene. Ma non può esserci fiducia se non c’è trasparenza nei processi decisionali.

Salute. Nel 2020 ci siamo resi conto di quanto sia pericoloso darla per scontata, nel 2021 vorremmo che si ponessero le basi per rimetterla al centro delle politiche nazionali e regionali. Nonostante si continui a ripetere che quello italiano sia un modello di sanità pubblica guardato con rispetto in tutto il mondo, è stato molto evidente come i diversi sistemi regionali abbiano risposto in maniere molto diverse alla crisi. Il caso della Lombardia ha mostrato i rischi dati dall’affidarsi troppo al privato convenzionato, che porta alla creazione di grandi eccellenze in certi ambiti, ma esponendosi al rischio di gravi carenze in altri, soprattutto per quanto riguarda i reparti legati alle emergenze. Tanti problemi si sono rivelati nel Meridione (si pensi alla Calabria), ma anche in altre regioni del Nord. Ci sono sicuramente margini per migliorare questo sistema e garantire ai cittadini servizi di qualità e per tutti.

Dialogo. Purtroppo si è fatto largo negli ultimi anni un linguaggio carico di rabbia, di odio, di intolleranza. È il momento di abbassare i toni, di riprendere ad ascoltarsi, a cercare i punti di contatto. C’è chi ha fatto della spinta alla contrapposizione una professione e una missione. In questo i social network hanno certamente dimostrato di essere degli ottimi amplificatori dei peggiori istinti umani. La pandemia di certo ha contribuito ad aumentare la tensione, il nervosismo, la rabbia. Ma forse ha anche aiutato a rimettere al centro le cose importanti, i problemi veri, le priorità. Il confronto è fondamentale in qualsiasi ambito, ma i tic della comunicazione degli ultimi anni ci hanno abituato a cercare sempre l’annientamento dell’altro come scopo ultimo. Ma non è necessario che ogni incontro diventi uno scontro, che ogni divergenza di opinioni diventi un muro impenetrabile. La sfida è usare il dialogo per costruire ponti, piuttosto che per farli saltare.

Progetti. In antitesi al concetto di emergenza, che guarda al presente, il progetto guarda al futuro. Implica fare uno sforzo, prendersi il tempo per immaginare qualcosa che ancora non c’è, o che c’è ma potrebbe essere migliore. È un esercizio non sempre congeniale all’essere umano, istintivamente portato a risolvere il qui-e-ora. Eppure è anche una grande dote della nostra specie, quella di immaginare qualcosa che sarà possibile realizzare solo nel corso di anni, o decenni, che sarà iniziata da qualcuno e portata a termine da qualcun altro. Una tensione verso il futuro in cui l’idea e la pianificazione prevalgono sul “guizzo” del singolo. Siamo fin troppo abituati a mettere tutte le nostre speranze sui singoli, sul leader carismatico che finalmente realizzerà ciò che il suo predecessore non è stato in grado di fare. Abbiamo bisogno dell’esatto contrario: di progetti ben scritti, di persone che sappiano avviarli e di altre che siano in grado di raccogliere il testimone e portarli avanti, senza la smania di demolire tutto per la voglia irresistibile di “lasciare il segno”.

Concertazione. Eravamo tentati di scrivere semplicemente “democrazia”, ma non vorremmo contribuire a inflazionare una parola così importante e così abusata. Ci limitiamo a parlare di concertazione. È molto più difficile, più coraggioso, cercare di mettere assieme più teste e farle ragionare, piuttosto che accentrare le decisioni su poche persone (o anche una sola). Ma è una sfida che bisogna accettare. Se ne uscirà stanchi, provati, stremati, ma si sarà imparato qualcosa, e probabilmente si saranno fatte scelte migliori. Banalmente, è anche una questione di probabilità. Posto che nessuno è infallibile, se si cerca di trovare una soluzione concertata è molto più probabile arrivare a una soluzione efficace. Se decide uno solo, o un gruppo molto ristretto, la probabilità di errore è più grande. Anche qui, vale a tutti i livelli e in tutti i contesti, dalla politica al volontariato al lavoro e alla vita di tutti i giorni. Certo delegare ad altri è più comodo e mette al riparo dalle responsabilità. Ma, alla lunga, cui prodest?

(Foto di Marcus dePaula su Unsplash)

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