L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), pubblicato il 9 agosto, ha confermato molte delle conclusioni a cui gli scienziati erano arrivati nel corso degli ultimi anni. L’aumento delle temperature medie sulla superficie terrestre nell’ultimo secolo è dovuto alle attività umane, e se non si invertirà la tendenza si andrà incontro a fenomeni atmosferici sempre più estremi, con conseguenze devastanti per la vita sulla terra.

Come ha scritto Rebecca Solnit sul Guardian, in un articolo tradotto da Internazionale, nel report l’Ipcc sottolinea anche che non è ancora troppo tardi: «La deliberata rimozione dell’anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera potrebbe invertire alcuni aspetti della crisi climatica. Tuttavia questo potrà succedere solo se la rimozione sarà superiore alle emissioni. Alcune tendenze del cambiamento climatico, come l’aumento della temperatura della superficie globale, comincerebbero a invertirsi nell’arco di pochi anni. Altri aspetti avrebbero bisogno di decenni (per esempio lo scioglimento del permafrost, lo strato di terreno che nelle regioni circumpolari resta ghiacciato per tutto l’anno) o secoli (l’acidificazione delle profondità oceaniche) per invertire la tendenza. Alcuni, come l’innalzamento del livello dei mari, avrebbero bisogno anche di millenni».

Non che nei precedenti rapporti del Gruppo non fossero presenti indicazioni chiare sulle possibili misure da adottare, ma finora sembrava prevalere un messaggio piuttosto negativo, che suonava come: “le nostre analisi ci consentono di essere pessimisti fino a un certo punto, ma probabilmente dovremmo esserlo di più”. La comunicazione scientifica sembra ora andare nella direzione opposta: “bisogna agire subito e i tempi di recupero saranno lunghi, ma l’impresa è alla nostra portata”.

È un cambiamento importante, innanzitutto perché a dire queste cose è un gruppo di lavoro di altissimo profilo e dall’indiscussa credibilità scientifica. Poi perché se una fetta sempre maggiore di popolazione diventa sensibile a questi temi anche la politica, al variare dell’umore e delle priorità della popolazione, sarà portata ad abbracciare con più decisione questi temi.

Solnit ne ha parlato con Piers Forster, fisico esperto di questioni climatiche dell’università di Leeds, nel Regno Unito, secondo cui «Ci sono buone notizie anche dalla nuova scienza. Abbiamo riscontrato che il rischio di andare incontro a cambiamenti improvvisi o superamenti di soglie critiche per il clima – come l’interruzione della corrente del Golfo, il crollo della calotta antartica o il deperimento forestale dell’Amazzonia – è basso e sarà molto improbabile se manterremo l’aumento della temperatura attorno agli 1,5 gradi. Grazie al miglioramento delle proiezioni climatiche conosciamo con precisione il percorso relativo alle emissioni che il pianeta deve seguire per mantenere le temperature vicine all’aumento di 1,5 gradi. Dobbiamo almeno dimezzare le emissioni globali entro il 2034 e azzerare le emissioni nette entro metà secolo».

Fonti rinnovabili

Di certo i problemi non mancano. Nonostante l’Unione europea abbia dichiarato la sua intenzione di raggiungere la climate neutrality – ovvero l’azzeramento delle emissioni di anidride carbonica – entro il 2050, la maggior parte dei paesi usa ancora prevalentemente fonti fossili per produrre energia. Essendo quest’ultima la principale fonte di emissioni, saranno necessari grandi sforzi per riconvertire il settore verso fonti rinnovabili.

Solnit sottolinea che «ci sono in circolazione tanti soldi legati all’industria dei combustibili fossili e allo status quo». Un ruolo importante in tal senso è giocato dai soggetti privati che, come fa notare lo European Data Journalism Network, continuano a finanziare lautamente il settore fossile: «Il rapporto annuale pubblicato da Rainforest Action Network – un gruppo di Ong che monitora i finanziamenti delle maggiori banche mondiali all’industria del fossile – relativo al quadriennio 2016-2019 mostra come 17 istituti bancari sui 35 maggiori finanziatori dell’industria fossile a livello globale siano europei. Nel 2019 gli investimenti delle banche europee in tutti i settori del fossile sono cresciuti del 4% rispetto al 2018 e del +7,7% rispetto al 2016, per un totale di oltre 197 miliardi spesi solo in un anno – e la bellezza di quasi 760 miliardi nel quadriennio 2016-2019».

Di certo colpisce la recente demolizione di due cittadine in Germania per fare posto a una delle più grandi miniere di carbone del paese. Nonostante il governo tedesco sia intenzionato a riconvertire il paese alle fonti rinnovabili sul lungo periodo, i suoi programmi continuano su un doppio binario che prevede anche operazioni di questo tipo.

Alberi

Un altro aspetto molto importante sottolineato da Solnit è il ruolo delle foreste nella riduzione delle emissioni. Gli incendi estivi che si susseguono (e che sono sempre più gravi proprio a causa della crisi climatica) devono spingere i governi di tutto il mondo a puntare sempre di più sull’allargamento della superficie coperta da alberi. Come ha scritto William Moomaw, tra gli autori in passato dei rapporti dell’Ipcc, in un articolo firmato assieme alla scienziata Beverly Law: «Ogni anno le foreste catturano circa un terzo di tutte le emissioni di CO2 create dagli esseri umani. I ricercatori hanno calcolato che mettere fine alla deforestazione e permettere che le foreste mature continuino a crescere potrebbe permettergli di catturare una quantità doppia di CO2».

Dunque le soluzioni ci sono, così come le sfide e le difficoltà. Secondo Sonit serve un movimento forte da parte della società civile, per chiedere e ottenere i cambiamenti necessari. «La paura di un mondo molto peggiore di quello attuale dovrebbe stimolarci, e lo stesso vale per la speranza in un mondo migliore – conclude Solnit –. In occasione del vertice sul clima in programma a novembre a Glasgow, la pressione dell’opinione pubblica dovrà spingere tutti i governi a impegnarsi ufficialmente a salvare il mondo. E nei prossimi anni dovremo fare in modo che mantengano le promesse».

(Foto di Karsten Würth su Unsplash )

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