Intorno alla sindrome di Down circolano ancora tanti pregiudizi, dovuti principalmente al fatto che di questa condizione si parla poco e si sa ancora meno. Anna Contardi, coordinatrice nazionale dell’Associazione Italiana Persone Down, ha scritto un libro che prova a raccontare la sindrome di Down a chi non la conosce. Di seguito un estratto dell’intervista pubblicata su Vita.

«Da 40 anni combattiamo un’unica malattia: il pregiudizio». È questa la frase che campeggia sul camper del “DownTour” di AIPD, che in sette mesi ha attraversato l’Italia. Che la sindrome di Down non sia una malattia è una dei pregiudizi più difficili da smontare ma Anna Contardi la cita fra le più urgenti, per le implicazioni che ha: «Dire “affetto” da sindrome di Down intanto identifica le persone come malati, da curare e assistere. Invece con una persona ci entri in relazione. La Sindrome di Down è una caratteristica: non è che se in un campo di fiori sono tutte rose e in mezzo c’è un geranio quello è una rosa senza spine… No, è un altro fiore», dice Anna Contardi, coordinatore nazionale di AIPD.

Anna – assistente sociale – da 38 anni lavora in Associazione Italiana Persone Down (che all’inizio si chiamava Associazione Bambini Down): ha scritto un libro dal titolo accattivante, Le 10 cose che ogni persona con sindrome di Down vorrebbe che tu sapessi. Ma basta il suo nome (e quello della casa editrice, la Erickson), per capire che non si tratta della solita lista delle cose da fare, leggere, vedere… che tanto va di moda. Piuttosto è una esplorazione di dieci aree, sfatando altrettanti pregiudizi: «sono tutti uguali», «sono tutti affettuosi», «sono eterni bambini»… Cominciando – ovviamente – dal «Down non vuole dire giù».

Anna, come è nato questo libro?

Su proposta dell’editore, ma non è ricettario né un decalogo per affrontare l’incontro e la relazione con una persona con la sindrome di Down. Non lo è non per snobismo ma semplicemente perché con le persone con sindrome di Down, come con tutte le persone, non esistono ricette. È l’occasione per fare un punto, fare chiarezza e buttar via alcuni via stereitipi, anche in occasione dei 40 anni di AIPD. Dal 1979 ad oggi sono cambiate molte cose: le persone con sindrome di Down vivono più a lungo, frequentano le scuole pubbliche, vanno all’università, lavorano e, quasi sempre, desiderano andare a vivere da soli (o con gli amici) una volta diventati adulti. Nel 1979 l’aspettativa di vita di un bambino con SD era di 33 anni, oggi è di 62 anni. Nel 1979 quasi tutte le persone con SD di ogni età uscivano in strada per mano coi loro genitori, oggi centinaia di persone con sindrome di Down si muovono nelle loro città e utilizzano i mezzi pubblici da soli.

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(Foto di Nathan Anderson su Unsplash)