Da qualche tempo il mondo della psicologia si sta interrogando su un parametro che riguarda la consapevolezza di ognuno sui propri bias discriminatori. Per misurarlo è stato elaborato, anni fa, un apposito test chiamato Implicit association test (Iat, ossia test di associazione implicita). Si tratta di un questionario che richiede di associare alcuni concetti, positivi e negativi, ad altrettanti volti, presentati con lineamenti e tonalità di colore della pelle diversi.

Per chi voglia provare, c’è anche una versione in italiano del test, che si può raggiungere qui. Ci sono un paio di schermate con informazioni sul contenuto del questionario e poi una serie di Iat tra cui scegliere. Ci concentriamo su quello intitolato “Colore della pelle” perché nei giorni scorsi è stata pubblicata una mappa che mostra i risultati del test in Europa. I Paesi rappresentati con tonalità più vicine al rosso sono quelli che hanno fatto registrare un racial implicit bias molto alto, mentre gli altri vanno progressivamente verso il blu.

Come potete vedere, l’Italia è tra i Paesi in cui il valore è più alto, e quindi in cui coloro che hanno partecipato al test hanno più spesso associato concetti positivi a volti dalla pelle chiara, e viceversa. Risultati simili, e ancora più alti, si notano andando verso l’Est Europa e verso la penisola iberica. I Balcani e l’Europa centrale, salendo fino alla Scandinavia, hanno tinte decisamente più bluastre. Come spiega Tom Stafford (docente di psicologia e scienze cognitive all’università di Sheffield) su The Conversation, i risultati della mappa sono relativi a test completati dal 2002 al 2015 da 288.076 europei di pelle bianca. Si tratta quindi di un campione piuttosto ampio, seppure autoselezionato (il che dovrebbe far riflettere, visto che a imbattersi in test di questo tipo su internet sono di solito persone già sensibili all’argomento, che probabilmente avranno idee contrarie alla discriminazione razziale).

Non bisogna ovviamente confondere i risultati dello Iat con le idee che ognuno ha sul mondo. C’è un acceso dibattito nel mondo scientifico sul peso da dare a tale esperimento, e su come interpretare i risultati. È idea abbastanza accettata il fatto che un implicit bias molto alto non determina necessariamente comportamenti discriminatori. Tom Bartlett, su The Chronicle of Higher Education, cita un’analisi condotta dalla University of Wisconsin a Madison, Harvard e dalla University of Virginia, che ha preso in considerazione 499 studi realizzati nel corso di vent’anni, comprendenti 80.859 partecipanti, che utilizzavano lo Iat e altri sistemi di misurazione simili. «Hanno scoperto due cose», scrive Bartlett (traduzione nostra). «Una è che la correlazione tra implicit bias e comportamenti discriminatori è più debole di quanto si pensasse. Inoltre i ricercatori hanno concluso che ci sono pochissime prove del fatto che cambiamenti nell’implicit bias abbiano a che fare con cambiamenti nei comportamenti della persona. Questi risultati, scrivono, “aprono una nuova sfida per quest’area di ricerca”».

Se anche nel mondo scientifico ci si interroga sull’effettiva interpretazione da dare ai risultati dello Iat, nessuno dubita del fatto che si tratti di un parametro prezioso per capire qualcosa in più su come funzionano i nostri schemi discriminatori inconsapevoli. La cosa sorprendente del test (e vale anche per chi scrive) è che i risultati sono indipendenti dal fatto che l’utente sappia o meno l’intento dell’indagine. Ci si può anche preparare psicologicamente al fatto che il test cercherà probabilmente di mettere alla prova la nostra capacità di associare concetti positivi a volti dalla pelle scura (e viceversa), ma i risultati saranno comunque spizzananti (complice il fatto che tra le richieste c’è quella di rispondere il più rapidamente possibile).

Si possono coltivare coscientemente sentimenti e ideali ugualitari, ma il test mette in luce il fatto che ci sono altri fattori (ambientali, sociali, mediatici, ecc.) che influenzano le nostre credenze implicite. Secondo gli autori di Project Implicit, la chiave è non far calare mai l’attenzione su questi temi: «Quando interrompiamo il nostro sforzo attivo verso l’egualitarismo, i nostri implicit bias possono condurci verso comportamenti discriminatori. È quindi fondamentale essere consapevoli di questa possibilità, se vogliamo combattere il pregiudizio e la discriminazione».

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