Quando si interviene in un sistema complesso, le conseguenze delle proprie azioni possono produrre effetti imprevedibili, che si manifestano anche a distanza di molti anni. È la sintesi che si può trarre da quanto sta accadendo in Medio Oriente in tema di armi e Stato islamico. Il rapporto pubblicato da Amnesty International col titolo “Taking stock: the arming of the Islamic State” ha messo in chiaro come le armi oggi utilizzate dall’organizzazione islamista portino il marchio di fabbrica di almeno 25 Paesi di tutto il mondo.

Principali fornitori (non è una sorpresa) sono Usa e Russia, oltre ad altri Paesi dell’ex blocco sovietico, ma non manca l’Italia. Ovviamente il collegamento non è diretto ed è distribuito nel tempo: «I depositi iracheni si sono riempiti di armi alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta – scrive Amnesty Italia –, soprattutto nel contesto della guerra con l’Iran, un fattore determinante per lo sviluppo del moderno mercato globale delle armi: almeno 34 paesi fornirono armi all’Iraq, ma 28 di questi le inviarono anche all’Iran. Nel frattempo, l’allora presidente iracheno Saddam Hussein dirigeva lo sviluppo di una fiorente industria delle armi in grado di produrre armi leggere, mortai e pezzi d’artiglieria». Poi ci fu l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990 e il conseguente embargo nei confronti di quest’ultimo. Le forniture ripresero nel 2003, dopo la “presa” di Baghdad da parte delle forze statunitensi, il rovesciamento di Saddam Hussein e la conseguente politica di ricostituzione ed equipaggiamento dell’esercito iracheno.

Una mossa strategicamente logica, forse, sul piano militare, ma dagli esiti potenzialmente pericolosi nella realtà. «L’endemica corruzione all’interno dell’esercito iracheno, così come i blandi controlli nei pressi dei depositi militari e nel rintracciamento delle armi, rendono tuttora elevato il rischio che queste forniture possano finire nelle mani di gruppi armati come lo “Stato islamico”», scrive Amnesty. Proprio dalle conquiste sul territorio iracheno arriva oggi una parte importante dell’arsenale dell’Isis: «Dopo aver conquistato Mosul, la seconda città dell’Iraq, nel giugno 2014, lo “Stato islamico” è entrato in possesso di un’incredibile quantità di armi e munizioni di fabbricazione internazionale, tra cui armi e veicoli militari made in Usa ampiamente esibiti nei video pubblicati sui social media», si legge in un altro articolo. La conseguenza, che a questo punto è difficile definire “logica”, è stata l’incremento delle forniture verso le fazioni considerate in opposizione all’Isis: «Nel 2014, infatti, gli Usa hanno coordinato sforzi congiunti per rispondere alla domanda di armamenti dell’Iraq cominciando a rifornire regolarmente, insieme ad altri 11 paesi europei tra cui l’Italia, anche le forze curde che si opponevano nel paese allo “Stato islamico”».

Una spirale senza fine di mosse “strategiche” che stanno avendo risultati deleteri per tutti, tranne ovviamente produttori e commercianti di armi. Oggi si appoggia chi si oppone all’Isis, ma domani quegli stessi ambienti che oggi si considerano in qualche modo “alleati” potrebbero dare vita a nuove forme di radicalizzazione volta alla conquista e all’occupazione, e allora si dovranno trovare nuovi “alleati” a cui rifornire le armi contro i nuovi nemici, e così all’infinito. L’Occidente (o meglio tutto ciò che è fuori dal Medio Oriente) si sente ormai in dovere di intervenire per correggere i danni che ha contribuito a provocare (o quantomeno ad amplificare), continuando così a reiterare gli errori del passato.

Dovremmo pensarci quando, come sta accadendo in questi giorni in Francia, i governi impongono misure straordinarie di limitazione della libertà per motivi di sicurezza nazionale. Prima sono stati vietati i raduni pacifici nelle piazze pubbliche, nei giorni scorsi si è parlato di detenzione preventiva, cioè senza processo, per i sospettati di terrorismo. Quale sarà il prossimo passo? Armare i territori in conflitto sta contribuendo a trasformare i nostri in Stati di polizia, con un aumento strisciante del livello di militarizzazione che ognuno di noi si sente in dovere di sopportare.

Forse dovremmo prestare più attenzione alle parole di uno come Gino Strada, che anche in questi tempi (e nonostante il lavoro che fa) ha ancora il coraggio di parlare di pace: «La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell’immaginare, progettare e attuare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino al completo abbandono di questi metodi. La guerra, come le malattie mortali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente».

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