Il caso di Fabiano Antoniani, conosciuto come “Dj Fabo”, che ha usufruito del suicidio assistito in Svizzera, ha riportato sulle prime pagine dei giornali il tema del testamento biologico e in generale di una regolamentazione del processo di fine vita in Italia. Purtroppo nel nostro Paese la discussione subisce periodicamente delle ondate di interesse e dichiarazioni d’intenti che sembrano sempre destinate a portare un reale cambiamento nella materia. In realtà, alle innumerevoli parole che vengono spese da politici, medici e opinionisti di vario genere, puntualmente non fa seguito alcuna conseguenza pratica, e il problema torna a essere una di quelle questioni “tabù” di cui è meglio non parlare.

Una prima apparente accelerazione si era avuta nel 2009 con la morte di Eluana Englaro. Poi era stato il caso di Piergiorgo Welby a riportare il dibattito all’ordine del giorno. Si è fatto un gran parlare di testamento biologico per mesi, tanto che a leggere i giornali di allora qualcuno potrebbe pensare che esista in Italia la possibilità di dichiarare le proprie volontà in tema di cure e assistenza in caso di incidenti o problemi di salute che lascino una persona in condizione vegetativa o comunque pesantemente legata a cure e macchinari per poter sopravvivere. Non è così.

Ci fu un unico disegno di legge che giunse faticosamente all’approvazione da parte della Camera, ma non arrivò mai a essere votato al Senato. Peraltro si trattava di un testo che non avrebbe avuto grandi effetti, dato che dava alla persona una libertà di scelta limitatissima, e comunque la priorità era data alla volontà dei medici, prima che a quella del paziente. «Il testo stabiliva innanzitutto la tutela di alcuni “principi” – spiega il Post –: la vita umana, la dignità personale, il divieto dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico, il consenso informato come presupposto di ogni trattamento sanitario. Concretamente impediva ai pazienti di usufruire sia del suicidio assistito che dell’interruzione dell’alimentazione e l’idratazione, permettendo loro di stabilire a quali trattamenti sanitari rinunciare nel caso di una futura perdita della propria capacità di intendere e di volere. Queste dichiarazioni però non erano vincolanti per il medico, che avrebbe dovuto quindi prendere una decisione autonoma. […] Questo vuol dire che anche se oggi fosse in vigore questo disegno di legge, Fabiano Antoniani non avrebbe comunque avuto diritto a usufruire del suicidio assistito: al massimo avrebbe potuto decidere di morire lentamente interrompendo la nutrizione e l’idratazione artificiale». Una modalità al limite del sadico che nessuno avrebbe probabilmente il coraggio di scegliere.

Rattrista molto la situazione di stallo che si registra in Italia su questo tema di per sé delicato e reso ancora più complicato da presunte questioni etiche che portano di fatto lo Stato a decidere al posto dei cittadini in merito alla propria vita. Nessuno nel panorama politico ha il coraggio di proporre una legge serie sul tema. O meglio, ci sono sei proposte sul “fine vita” depositate in Parlamento, ma non c’è la volontà di discuterle, come dimostra il fatto che si continui a rimandare il momento in cui farlo, e vista la fragile situazione istituzionale probabilmente ormai se ne parlerà nella prossima legislatura. Se in Italia esistesse il referendum propositivo, sarebbe interessante dare la parola direttamente ai cittadini.

Nell’ultimo documento firmato da Umberto Veronesi prima di morire, l’oncologo si occupava proprio di eutanasia, e col Comitato etico della fondazione che porta il suo nome concludeva che è giunto il momento di garantire la possibilità di una morte dignitosa per chi non ha più la forza o la volontà di continuare a vivere. «Paradossalmente, proprio quando la tecnologia è sempre più capace di posticipare, dilatare, sospendere e a volte invertire il naturale processo del morire, le persone sono sempre meno libere di prendere decisioni riguardo alle modalità e ai tempi della propria morte – si legge nel documento firmato da Umberto Veronesi, Cinzia Caporale e Marco Annoni –. Sempre più spesso, inoltre, si ricorre a pratiche con finalità compassionevoli ma clandestine, che espongono i pazienti a ulteriori sofferenze e chi li assiste a rischi di tipo giudiziario. Questo a fronte di un consenso costantemente crescente da parte dell’opinione pubblica verso modalità attraverso cui anticipare la morte in caso di gravi malattie, sofferenze non controllabili e sintomi refrattari. Il Comitato etico della Fondazione Umberto Veronesi reputa che, in una democrazia liberale caratterizzata da un pluralismo etico strutturale, in determinate circostanze e a determinate condizioni sia eticamente lecito chiedere di porre fine anticipatamente alle proprie sofferenze con dignità e poter aiutare i pazienti a farlo».

La situazione descritta nel testo, pubblicato a novembre 2016, ricalca perfettamente quanto accaduto nel caso di Fabiano Antoniani, costretto a ricorrere non alla clandestinità ma all’espatrio, e con rischi giudiziari per Marco Cappato, dell’associazione radicale Luca Coscioni, che l’ha aiutato a compiere la sua volontà. Quante altre volte dovrà ripetersi questo copione affinché ci si decida a osare?

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