Questo 2015 che sta per chiudersi sarà purtroppo ricordato come un anno in cui la violenza ha occupato molto spazio nelle vite di tutti noi. Anche per chi vive in territori relativamente tranquilli, dove la sua attuazione rappresenta l’eccezione e non la regola, il pensiero della violenza, della sua possibilità, ha comunque infestato i pensieri di molti. Anche grazie ai picchi di copertura mediatica seguiti ai fatti più scioccanti, come gli attentati di Parigi del 7 gennaio e del 13 novembre, i bombardamenti in Medio Oriente o le frequenti sparatorie che si verificano negli Stati Uniti, l’idea che la violenza sia in qualche modo inscritta nella natura umana attecchisce facilmente.

In particolare la sua forma più organizzata e letale, ossia la guerra, è una possibilità che non ci si sente più di escludere. Nel 2001, in seguito all’attentato alle Twin Towers di New York, ci fu una grande spaccatura nella società civile, tra chi difendeva strenuamente l’ideale della pace (organizzando manifestazioni dalla partecipazione altissima nelle piazze di tutto il mondo) e chi invece giudicava la “guerra al terrore” inevitabile per porre fine alle violenze. Due giornalisti e scrittori che oggi non ci sono più rappresentano bene i due schieramenti: da una parte il pacifista Tiziano Terzani, che abbandonò il suo eremo sulle alture dell’India per andare ovunque potesse a parlare di pace soprattutto ai giovani; dall’altra la rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci, che vedeva in corso un attacco alla cultura e all’identità di cui sentiva di fare parte, e non trovava altra risposta alla violenza, se non la violenza stessa. Dopo gli attentati di Parigi, soprattutto il più recente, questa polarizzazione tra pacifisti e interventisti non si è vista, o comunque non ha avuto la stessa risonanza. Come se, tacitamente, in molti avessero accettato l’idea che la violenza e la guerra siano parte della natura umana: possiamo respingerle a livello razionale, ma prima o poi ci troveremo ad attaccare o a difenderci.

Del resto, se pensiamo alla Storia e a come ci viene insegnata a scuola, vediamo soprattutto eserciti che si scontrano: si parla di generali e capi (di Stato, regno, tribù, villaggio), di rivoluzioni e restaurazioni, di attacchi e ritirate, di conquiste territoriali e accordi tra belligeranti. La Storia che ci viene fatta studiare è costituita di avvenimenti, di date, mentre alle strutture che stanno alla base delle società e delle loro evoluzioni è lasciato pochissimo spazio.

Inoltre, per quanto riguarda l’idea dell’uomo preistorico, siamo inconsapevolmente influenzati dalla narrazione che se ne è fatta nel XIX secolo. Fu allora che, più sulla base di teorie che analizzando a fondo i reperti archeologici, si fece strada l’idea dell’uomo selvaggio come dedito alla conquista e facile alla violenza. Ne parla in un lungo articolo per Le monde diplomatique Marylène Patou-Mathis, direttrice di ricerca del Centro nazionale della ricerca scientifica francese, dipartimento di preistoria del Museo nazionale di storia naturale di Parigi. La ricercatrice spiega che nel corso dell’Ottocento, senza procedere a un’analisi precisa del loro utilizzo, i primi studiosi di preistoria diedero agli oggetti intagliati databili al Paleolitico dei nomi che li connotavano in senso bellico: mazza, clava, tira-pugni, pugnale, ecc. Tali oggetti erano presentati così alle persone, nel corso di esposizioni e mostre, e iniziava a diffondersi l’idea di un uomo preistorico che vivesse la violenza come elemento quotidiano. Le opere d’arte di scrittori, scultori e pittori contribuirono poi a dare forma all’archetipo dell’uomo mascolino, virile, che si confronta con animali di grossa taglia o feroci.

Armato di clava e vestito con pelli di animali, egli vive nelle caverne o intaglia utensili in pietra. Riottoso, istintivo, il nostro antenato si batte per la conquista del fuoco, della femmina, per vendicare la morte di un caro. Il conflitto è onnipresente, come se la guerra fosse inesorabile. D’altra parte, diversi studi etnografici più recenti mostrano invece che nella maggior parte dei casi l’uccisione di un animale per scopi di caccia esclude ogni tipo di aggressività. Al contrario, la caccia “socializza” tale violenza necessaria attraverso rituali e credenze cosmologiche di equilibri tra uomo e natura. Inoltre, essa contribuisce a costituire un legame sociale attraverso la condivisione della preda. Niente energumeni armati e assetati di sangue insomma, bensì esseri umani che assolvono al compito del quale sono stati investiti, per assicurare la sopravvivenza del gruppo di cui fanno parte. Visioni di questo tipo hanno continuato a proliferare anche all’inizio del XX secolo, tanto che anche Sigmund Freud arrivò a teorizzare l’esistenza di un’“orda primitiva” all’origine della vita sociale.

Più di recente, ci si è resi conto che non c’è alcuna certezza sul fatto che gli oggetti ritrovati servissero per usi violenti. Inoltre, non vi è alcuna prova del fatto che i resti umani “danneggiati” quando ancora erano esseri viventi abbiano subito attacchi violenti da parte di altri esseri umani. Anzi, in molti casi si nota che le ferite e le fratture sono cicatrizzate nel reperto. Di più: alcuni resti testimoniano il fatto che individui con malformazioni o che subivano amputazioni proseguivano comunque la propria vita fino all’età adulta, sconfessando anche possibili pensieri su un’ipotetica “eugenetica” preistorica.

La violenza come ce la immaginiamo oggi è molto più recente, è documentata con discreta certezza a partire dal Neolitico (che si fa iniziare nel 12-11.000 a.C.), quando le società diventano stanziali e si passa dall’economia di sussistenza (basata su caccia e raccolta) a una di accumulo di provviste (basata sulla produzione). A quel punto nascono anche le caste dei guerrieri e la schiavitù, per far fronte alla necessità di manodopera. Per concludere (ma se ve la cavate col francese vi consigliamo la lettura integrale dell’articolo originale), è molto più probabile che le prime esperienze di socializzazione dell’uomo preistorico del Paleolitico si basassero, piuttosto che sulla violenza, su un sentimento molto più importante, tuttora alla base di ogni relazione: l’empatia.

ZeroNegativo e Avis Legnano augurano a tutti i lettori buon Natale e buon 2016, l’appuntamento col prossimo post è per il 7 gennaio. Buone feste!

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