Dopo i tragici fatti di Macerata, occorre domandarsi (senza cercare facili risposte) in che direzione stiamo andando, in questi anni, in termini di violenza del linguaggio. È un fatto noto che ci sono politici che stanno sfruttando le paure e le inquietudini degli italiani per seminare altra paura e altra inquietudine, ma anche odio e intolleranza. Assieme a loro, una parte dei giornali e dei media in generale sta facendo la propria parte per confermare e ampliare gli allarmi. Ogni giorno siamo inondati di titoli che creano correlazioni inesistenti (o comunque tutte da dimostrare) tra immigrazione e criminalità, tra accoglienza e violenza. Col risultato di generare rabbia e disappunto nel lettore, facendo percepire l’immigrato (un soggetto indistinto, senza volto e senza origine) come un ingrato che approfitta dell’accoglienza per portare a termine i suoi sporchi traffici. Come una pericolosa minaccia a una supposta oasi di pace e tranquillità sociale che precedeva il suo arrivo. Scenari fantasiosi, per la maggior parte.

Ovvio che l’arrivo di nuove persone possa dare luogo a situazioni di tensione in aree specifiche di alcune città. Ma sono fenomeni che si possono e si devono gestire con politiche “normali”, non con l’approccio emergenziale o tranchant (“tutti a casa!”) che continua a proporci la maggior parte dei leader politici. L’associazione Carta di Roma, nata per promuovere l’applicazione dell’omonimo protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione, si è fatta sentire nei giorni scorsi pubblicando un appello. Nel testo si invitano cittadini e giornalisti a moderare i toni del dibattito, per evitare di canalizzare la rabbia verso gli obiettivi sbagliati: «Il codice deontologico Carta di Roma è per la verità sostanziale dei fatti e oggi è più attuale e necessario che mai, se non vogliamo permettere all’odio di vincere, diventando complici del male. Il nostro appello è rivolto a tutti i giornalisti che invitiamo al rispetto della Carta, e a tutti i cittadini a cui chiediamo di leggerla e diffonderla».

La stessa associazione ha pubblicato a gennaio il rapporto “Notizie da paura”, in cui si analizza la copertura giornalistica del tema dell’immigrazione nel 2017, ponendo l’attenzione sulle scelte editoriali e sul lessico usato. «Se si analizza il complesso della produzione giornalistica sull’immigrazione – scrive Giovanni Maria Bellu, presidente dell’associazione Carta di Roma –, si ha una conferma della tendenza positiva rilevata negli ultimi anni: l’utilizzo di termini giuridicamente scorretti è diminuito, la parole “migrante” e “profugo” hanno stabilmente sostituito, nella generalità dei titoli, il termine “clandestino”». Se all’interno degli articoli considerati (cioè quelli usciti su Corriere, Repubblica, La Stampa, Avvenire, L’Unità e Il Giornale) il linguaggio utilizzato è sostanzialmente corretto nella maggior parte dei casi, le cose vanno diversamente per quanto riguarda la titolazione. Le notizie sono spesso «servite al lettore come “piatti” esotici. Come extra-notizie sugli extra-comunitari. Col risultato di consolidare l’idea che l’immigrazione, e gli immigrati, non sono un fatto strutturale, che va governato, ma, appunto, una permanente emergenza. Che va fermata. Si rafforza così il senso comune dei pregiudizi e si concima il terreno su cui germoglia la mala pianta del pregiudizio xenofobo e dell’hate speech».

Durante il 2017, notizie legate all’immigrazione sono comparse sulle prime pagine con una frequenza minore (-29 per cento) rispetto al 2016. Tuttavia è cambiato il contenuto delle notizie, che si concentrano sue due temi: «La gestione dei flussi migratori (prima voce nel 2017 con il 44 per cento) e la criminalità e sicurezza (terza voce con il 16 per cento). Entrambe queste macro aree raddoppiano in termini percentuali rispetto all’anno precedente». I titoli che propongono una correlazione immigrazione-criminalità hanno conosciuto una forte impennata l’anno scorso, in cui «una parte significativa della comunicazione ruota intorno ai concetti di dubbio, minaccia, sospetto». Ecco alcuni esempi di titoli particolarmente orientati verso un’accusa dell’immigrato: “Importiamo i criminali lo provano i numeri di Minniti”; “Per avere meno stupri servono meno migranti”; “Lo straniero stupra più dell’italiano, i numeri non mentono”; “L’emergenza stupri è provocata dall’immigrazione”; “Roma, derubata e stuprata dal profugo”; “Presunto profugo stupratore vero”, ecc.

Si crea così una forte divisione, anche qui molto semplicistica, tra favorevoli e contrari all’immigrazione, come se l’oggetto della discussione si riducesse a questo. «Lo schema interpretativo delineato da questo frame – spiega il rapporto – segna il primato dell’opinione rispetto a quello dell’informazione; ogni evento è materia per esporre o disporre divergenze, e dunque qualsiasi informazione veicolata è recepita come un punto di vista, sia perché spesso contrapposta a un altro punto di vista dai media stessi, sia perché il frame della divisione è assorbito in maniera così profonda da portare il lettore a diffidare dalla realtà ogni qual volta non coincida con il proprio punto di vista o contribuisca a rafforzarlo. Il linguaggio emergenziale genera invece un potente frame di allarme, anch’esso negativo, entro il quale si dipana un lessico che evoca la minaccia privata e globale, la ferocia della violenza, la collusione con organizzazioni criminali. Questo schema interpretativo, indipendentemente dalle posizioni e punti di vista sui singoli eventi, pone il lettore dentro una cornice di ansia e urgenza di autodifesa, che stimola la sfera emotiva, talvolta a scapito di quella razionale».

(Foto di Bruno Martins su Unsplash)