«Da questa manovra il non profit uscirà con le ossa rotte. Da una parte le associazioni e le cooperative si vedranno rinnovare pochissime delle convenzioni in atto per la gestione di servizi sociali. Dall’altra, la raccolta fondi spontanea o organizzata subirà una forte decurtazione in quanto i potenziali donatori saranno disincentivati a fare erogazioni liberali. Per questo mondo si apre una fase di grande preoccupazione». Parole di Stefano Zamagni, presidente dell’Agenzia per il terzo settore. Ieri abbiamo parlato di voci di bilancio dello Stato che non vengono tagliate, oggi proviamo a fare il punto invece su capitoli di spesa che subiranno un brusco intervento, le cui conseguenze ricadranno pesantemente sul terzo settore (le informazioni di questo articolo sono raccolte da un dossier di Redattore sociale). Con la normativa finora in vigore, i minori introiti per lo Stato si attestano oggi a oltre 403 milioni di euro. La manovra finanziaria prevede di tagliarne un 20 per cento tra il 2013 e il 2014, circa 81 milioni.

Una prima voce è quella relativa all’Ires (Imposta sul reddito delle società) nei confronti di enti e istituti di assistenza sociale, società di mutuo soccorso, enti di assistenza e beneficenza, ecc. Una voce che incide per ben 168,6 milioni di euro (lo Stato applica la riduzione del 50% dell’agevolazione, fissata per gli enti non commerciali al 27,5%). In questo caso, dunque, un aumento diretto di 33 milioni di euro sotto forma di imposta. Altro blocco è quello relativo ai regimi speciali di cui gli enti non commerciali possono usufruire. A essere toccato è il principio della non commerciabilità delle attività svolte dagli enti associativi e dei proventi derivanti delle attività direttamente connesse. In altre parole: ci sono enti non commerciali (onlus, associazioni) che gestiscono al loro interno bar, punti vendita o altro tipo di iniziative. La manovra dispone che sui proventi di queste attività si dovranno pagare ora l’Iva e le altre tasse. Non solo: le associazioni e le comunità che agiscono in convenzione con gli enti pubblici per l’accoglienza di minori, recupero di tossicodipendenti, e altro, vedranno il proprio utile tassato. Anche in questo caso lo Stato prevede un risparmio, che dovrebbe aggirarsi attorno agli 11-12 milioni di euro. In pratica si andrà a tassare un lavoro svolto senza scopo di lucro e fortemente basato sull’impiego di volontari. Ma non è finita qui.

L’ultima stoccata è quella contro la deducibilità delle erogazioni liberali in denaro delle aziende, ossia le donazioni agli enti no profit. In questo caso lo Stato prevede un risparmio di circa 17 milioni di euro, come conseguenza della minore possibilità delle imprese di dedurre le somme donate. Ma non è solo questo che preoccupa. A destare allarme è il possibile effetto perverso che questa riduzione potrebbe innescare. Un effetto a catena, per cui i soggetti potrebbero decidere di donare meno, o non donare, con un danno enorme per gli enti del sociale. Il problema si pone anche per le erogazioni liberali da parte di persone fisiche. Il regime è ancora quello della deducibilità e detraibilità, per un risparmio previsto di 27 milioni di euro. Per risparmiare qualche milione di euro si corre il rischio di mettere in ginocchio un settore fondamentale per il Paese e per lo Stato che, appellandosi alla sussidiarietà, ammette apertamente di non poter erogare determinati servizi e quindi di aver bisogno del terzo settore. Che però, a queste condizioni, chissà quanto durerà. Secondo Guido Barbera, presidente di Solidarietà e cooperazione Cipsi, «L’Italia è il paese dove il governo intende “il buon senso del padre di famiglia” solo per rassicurare i cittadini che tutto va bene, e regalare continue sorprese amare all’improvviso, senza nessun tipo di dialogo e consultazioni delle parti interessate. Ma dove è finita la politica che rispondeva ai problemi dei cittadini?».

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