Su ZeroNegativo ci piace interrogarci sull’informazione e il linguaggio dei media, chi ci segue da un po’ ormai l’ha capito. Non è una passione leziosa, bensì una questione fondamentale perché la nostra “dieta mediatica”, ormai sempre più pervasiva, influenza le nostre opinioni, la nostra visione del mondo, il modo in cui parliamo. È uscita una serie di interessanti articoli in merito nei giorni scorsi, che si sono concentrati su diversi aspetti della questione, che proveremo di seguito a riassumere e aggregare.

Un buon punto di partenza è dato dalla copertura degli eventi che hanno colpito il Centro Italia nelle scorse settimane e mesi. Come fa notare Claudio Giunta su IL, in alcuni editoriali usciti su grandi quotidiani si è assistito a una esibizione di esercizi di scrittura utili soprattutto a suscitare emozioni, senza aggiungere contenuto informativo. Eugenio Scalfari si chiedeva su Repubblica, il 26 agosto 2016, «C’è un dio vendicatore che lancia fulmini sulle sue creature e sul male che possono aver fatto? Oppure siamo noi tutti, ciascuno per la sua parte, a determinare il caos?». Giunta cita poi un commento di Concita De Gregorio, sempre su Repubblica, ma del giorno prima: «Bisogna stare nello sguardo di quel bambino che, in braccio a suo padre, osserva dodici uomini vestiti di nero e d’arancio scavare fra le pietre dove prima c’era casa. Cosa vedono quegli occhi? Dov’è il mondo di prima, perché è caduto?».

Che cosa aggiunge questo tipo di articoli alla funzione informativa dei giornali? Effettivamente si tratta di un esercizio di retorica fine a se stesso. Si fa leva sull’empatia che la morte e la distruzione (soprattutto se vicine nel tempo e nello spazio) portano con sé, ma non si aiuta il lettore a capire. Cosa vedono gli occhi del bambino? C’è un dio vendicatore? Evidentemente ogni giornale ha la necessità di parlare ai propri lettori, di farli sentire parte di uno spazio emotivo comune. Questioni di fidelizzazione. Giunta cita poi un estratto da un libro di Francesco Piccolo, in cui lo scrittore descrive la propria esperienza nei giornali: «Mi telefonavano e mi dicevano: una barca di immigrati clandestini è naufragata, ti va di scriverne? Lo chiedevano a me come ad altri per altri giornali. E io e gli altri scrivevamo un articolo indignato e addolorato in cui dicevamo che era molto brutto che la barca fosse naufragata, che le barche sarebbe molto meglio che non naufragassero; che era molto brutto che gli immigrati non venissero accolti, che era molto brutto in generale che la gente nel mondo soffrisse di fame e di povertà e fosse costretta a prendere barche per andare a cercare fortuna in Paesi più ricchi e che poi queste barche naufragassero. […] Scrivevamo che bisognava dare lavoro ai disoccupati, che la cultura era importante, e un sacco di altre cose che sono tutte lì, a testimoniare il mio (nostro) senso civile. […] i lettori andavano ogni giorno in edicola e vedevano confermato in pieno quello che pensavano. Tutti avevano già pensato questi pensieri, è vero, ma il motivo era molto semplice: dicevamo cose giuste».

Qui si tocca un altro punto, ossia la tendenza (accentuata dall’espansione dei social network) a ricercare, leggere e dare credito alle opinioni che combaciano con le nostre. Abbiamo parlato di come gli algoritmi di Facebook e altre grandi aziende del web facciano in modo che sia più alta la probabilità di imbatterci in articoli che sostengono ciò che già pensiamo. Il problema è che poi ognuno si ritroverà imprigionato nella propria filter bubble, una bolla in cui tutto è come ce lo immaginiamo: i buoni sono quelli che crediamo buoni e lo stesso per i cattivi. Ma le cose sono sempre più complesse, e dunque è probabile che nulla sia completamente bianco o nero.

Il giornalista Tyler Cowen propone un esercizio, anzi due, per provare a uscire dalla propria bolla. Il primo è il più banale, ma anche quello che meriterebbe più impegno: frequentare anche persone che la pensano diversamente da noi. Un conto è dirsi le cose su internet, dove facilmente la discussione scade nella contrapposizione e nell’insulto; un altro è vedersi in faccia, parlare, confrontarsi, in un contesto che possa attenuare la polarizzazione delle opinioni. L’altro consiglio è quello di provare a fare propria e argomentare, per iscritto (magari creando un account Twitter anonimo), una posizione contraria alla propria. A quanto pare questa cosa ha un nome, ossia “test di Turing ideologico”, che serve a stabilire una cosa: siamo in grado di scrivere nel modo in cui scriverebbe qualcuno che non la pensa come noi su un certo argomento?

Dobbiamo ammettere che l’esperienza di ZeroNegativo ci costringe spesso a confrontarci con questa capacità. Non perché noi si debba fingere di pensarla diversamente da come la pensiamo, ma perché gestire il blog di un’associazione come l’Avis richiede di mettere da parte le proprie idee personali e provare ad argomentare nella maniera più oggettiva possibile. Dunque non è solo chi legge a essere stimolato alla riflessione (e magari a riconsiderare le proprie opinioni, talvolta), ma anche e soprattutto chi scrive.

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