La crisi di governo che ci siamo da poco lasciati alle spalle è stata tutta giocata, almeno sul piano retorico, sulla necessità di spostare il dibattito dal piano “dei nomi” a quello dei “contenuti” (o dei “temi”). È un discorso che ha un suo appeal, anche perché nessuno si sentirebbe di contraddirlo pubblicamente. Il largo consenso ottenuto dalla riforma costituzionale che ha sancito un drastico taglio dei parlamentari a partire dalla prossima legislatura è la prova più evidente del fatto che in questo momento l’onda lunga della “casta” riscuote ancora un ampio successo dei cittadini. Sul piano pratico vedremo nei prossimi mesi cosa cambierà. Il nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi sta progressivamente dando la sua impronta all’approccio di questo esecutivo, ma ci vorrà del tempo per valutare.

Molta parte del dibattito si è concentrata sulla composizione del governo, soprattutto a ridosso del suo insediamento. Molte riconferme dalla squadra precedente, alcuni tecnici nei ruoli chiave su cui Draghi vuole evidentemente mantenere un controllo stretto, alcuni nomi che non si vedevano da un po’, soprattutto tra i ministeri senza portafoglio. Non grandi novità dunque, com’era prevedibile. Ma quindi, viene da chiedersi, dopo il grande dibattito sui contenuti, tutto si è risolto con un nome diverso al vertice? E soprattutto, cosa è cambiato rispetto a prima per determinare l’ampio consenso (che avevamo previsto) ottenuto dal nuovo capo di governo?

Forse sarebbe più onesto e corretto (anche nei confronti di chi è stato messo da parte) dire apertamente che si voleva semplicemente qualcun altro alla guida. Una figura meno divisiva, meno politica, percepita come super partes. Non c’è niente di male ad ammetterlo, ma bisogna farlo. Altrimenti si dà ai cittadini l’impressione di essere sempre fermi allo stesso punto: “è il momento di affrontare i temi”, si dice, ma poi si torna sempre a chi deve stare al comando. Non dimentichiamo la parabola di questa legislatura: nata da un patto tra i due partiti che avevano preso più voti (Lega e Movimento 5 Stelle), che hanno passato settimane a discutere, appunto, di “temi”, fino ad arrivare all’alleanza proposta come “contratto di governo”, e alla nomina di una figura terza, Giuseppe Conte, per dare seguito a quella dichiarazione d’intenti. Finita quell’esperienza di governo dopo poco più di un anno, si è stretta una nuova alleanza. Basata su cosa? Non più sui programmi, bensì su un nome: quello di Giuseppe Conte, diventato nel frattempo centrale come figura garante di mediazioni e compromessi. Sempre attorno al suo nome si è incentrata la crisi più recente, che si è risolta solo quando si è trovato un accordo, non su un programma, bensì su un nome: stavolta quello di Mario Draghi. I partiti avevano avuto la possibilità di trovare un accordo quando il mandato esplorativo era stato affidato al presidente della Camera Roberto Fico. Ma mentre tutti si affrettavano a dire di non avere pregiudizi sui “nomi”, il dibattito sui “temi” languiva.

Sia chiaro, non è un processo contro nessuno, né ci permettiamo di indicare cosa si sarebbe dovuto fare o non fare. L’unica cosa che ci permettiamo di suggerire è che forse, in questo momento più che mai, avremmo bisogno di meno leader, e più spirito di servizio. Meno “io” e più “noi”. Siamo da tempo una società spaccata e divisa, e la pandemia non ha certo migliorato le cose. Possiamo convincerci che cambiare leader sia la strada migliore, ripetendoci che “stavolta è quello buono” e perseverando nel fare sempre le stesse scelte come se fosse la prima volta. Oppure potremmo provare nuove strade, forse più dimesse e “novecentesche” sul piano della retorica, ma con qualche speranza in più sul piano pratico. Siamo fermi alla soluzione dell'”uomo forte” (e mai donna, per carità), che sia in grado di fare meglio del suo predecessore, e di mettere d’accordo tutti. Ovviamente gli auguriamo le migliori cose, visto che ne subiremo le conseguenze, nel bene e nel male. Ma la buttiamo lì, giusto per non farci cogliere impreparati la prossima volta che si inizierà a litigare. Su cosa poi? Sui “temi”, ovvio.

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