L’importante rivista scientifica Nature ha deciso che d’ora in avanti proporrà ai suoi autori di rendere pubblici, assieme agli articoli approvati, anche la peer-review e la successiva discussione. Com’è noto infatti, nel mondo scientifico ogni ricerca, prima di essere pubblicata, viene sottoposta a revisione da parte di un altro autore (peer-review si può tradurre con “revisione tra pari”), che a titolo gratuito e in forma anonima legge attentamente il pezzo ed espone le sue osservazioni, critiche, domande, proposte di integrazione. È una pratica ormai consolidata nel mondo scientifico che, pur tra molte polemiche e perplessità sulla sua efficacia e sulle distorsioni che ha portato in alcuni ambiti, permette spesso di alzare la qualità di ciò che viene pubblicato, e riduce le probabilità che sulle riviste siano riportati dati sbagliati o manipolati. Fino a non molto tempo fa la peer-review, e lo scambio di messaggi tra autore e revisore che ne seguiva, era mantenuto a un livello confidenziale. L’obiettivo alla base – spiega Nature – è che la versione definitiva di un articolo appaia come “l’ultima parola” su quel tema, quando invece si tratta quasi sempre di un passo avanti su un lungo percorso.

Da dove arriva la decisione

La scelta di aprire al pubblico la peer-review muove da diversi fattori. Innanzitutto un sondaggio fatto nel 2017 tra gli autori in cui, se l’82 per cento si diceva convinto che la peer review garantisse alti livelli qualitativi, il 63 per cento sosteneva anche che gli editori dovessero sperimentare modelli alternativi, e più della metà aggiungeva che la peer review dovrebbe essere più trasparente. Il processo è cominciato quattro anni fa, quando Nature ha deciso di pubblicare (con il loro consenso e quello dell’autore) il nome dei revisori. Da allora oltre 3.700 revisori hanno accettato di essere accreditati. A partire dall’inizio di febbraio 2020, gli autori potranno decidere di rendere pubblico il processo di peer-review (mantenendo anche la possibilità di accreditare il revisore). Tra le riviste che stanno già sperimentando da qualche tempo questa politica c’è Nature Communications (pubblicato dallo stesso editore, si occupa di scienze naturali). L’esperienza finora è stata positiva: nel 2018, il 98 per cento degli autori che hanno pubblicato il report dei loro revisori ha affermato che ripeterebbe l’esperienza. Nel 2019, il 70 per cento degli articoli pubblicati su Nature Communications è uscito con la peer-review e le risposte degli autori.

Le opinioni in merito

Non tutti ovviamente sono d’accordo con questo cambiamento: c’è chi pensa che sapere che il report sarà poi pubblicato possa portare i revisori a cercare di renderlo più strutturato e articolato, sottraendo loro ulteriore tempo prezioso e rallentando la ricerca nel suo complesso. Secondo Nature si tratta di una preoccupazione priva di fondamento, perché il livello qualitativo dei report che mediamente riceve è già molto alto. A nostro avviso si tratta di una decisioine di accogliere positivamente, che potrebbe aiutare ad alzare il livello qualitativo della ricerca scientifica. Pubblicando i report sarà possibile per altri ricercatori, eventualmente interessati ai contenuti di una certa ricerca, accedere anche alle critiche mosse dal revisore, e verificare come sono state risolte. Nonostante i tentativi di mantenere alto il livello della ricerca a livello globale, infatti, i problemi non mancano, tant’è che ogni giorno si legge di articoli ritirati a causa di dati non accurati o manipolati (e talvolta del tutto inventati). Per i ricercatori è infatti importante pubblicare un certo numero di articoli su riviste importanti, se vogliono progredire nella carriera. Se questo avviene al prezzo della correttezza di ciò che viene pubblicato, è un problema per tutti, in primis per la credibilità della comunità scientifica nel suo insieme, oltre che delle riviste.