«Anche dopo l’11 settembre si diceva che sarebbe cambiato tutto, ma non è cambiato nulla. Gli uomini non imparano. È nella natura umana dimenticarsi presto delle tragedie passate per riprendere la vita di sempre». Le parole sono del cantautore Francesco Guccini (non più in attività da anni), in risposta al refrain secondo cui “ne usciremo migliori”, riferito al periodo di crisi sanitaria ed economica che stiamo affrontando. Lo si sente ripetere da mesi, un po’ come l’altro adagio, ormai consumato, secondo cui “andrà tutto bene”. Il problema di questi due enunciati è che si presentano come profetici, assoluti. Hanno cominciato a circolare prestissimo, quando ancora si cercava di prendere le misure con quella che sembrava prima un’emergenza gestibile, poi un’epidemia e infine si è rivelata una pandemia. Quando la paura e l’incertezza sopraggiungono, è umano aggrapparsi a qualsiasi appiglio nella speranza di uscirne illesi o non troppo ammaccati. E infatti le due frasi hanno avuto un ruolo positivo, nel picco dell’emergenza e della confusione, quando le piccole certezze e gli impegni programmati da mesi crollavano man mano. Ogni cultura ha i propri mantra, le sue frasi rituali che aiutano a non perdere la lucidità e a non cedere allo sconforto. A noi, questa volta, sono capitate queste. Ma adesso vanno prese e messe via. Che “andrà tutto bene” è difficile dirlo: per tutte le persone che non ci sono più, per i loro familiari, per le migliaia che ancora sono malate, per tutti quelli che non hanno più un lavoro (o che rischiano di perderlo presto), per tutti gli studenti che hanno perso mesi di scuola preziosi, per tutte le persone che si porteranno appresso le ricadute psicologiche di situazioni estreme (le vittime di violenza domestica, gli operatori sanitari costretti a turni massacranti in condizioni igieniche non sempre sicure, ecc.). Per alcuni è andata bene, non c’è dubbio. Per tante persone si è trattata di una parentesi: surreale, difficile, ma temporanea. Per molti però è stato un inferno, e ciò che ne seguirà non sarà tanto meglio. Ne stiamo uscendo, i dati epidemiologici al momento non confermano i timori di una “seconda ondata” di contagi seguente all’allentarsi delle misure di isolamento. Curioso che a questo si accompagnino pensieri secondo cui “il virus si sta indebolendo”, quando non ci sono dati che lo confermino. A indebolire il virus, più probabilmente, non è una qualche mutazione genetica, ma la quarantena collettiva alla quale ci siamo sottoposti per circa due mesi. E probabilmente anche le misure di distanziamento fisico previste nei luoghi pubblici e al chiuso, al di là della “movida” denunciata più volte, stanno funzionando. Peraltro si è vista più indignazione, almeno sui giornali, per qualche aperitivo troppo rilassato sui navigli milanesi che non per le recenti manifestazioni politiche avvenute a Milano e Roma, in cui le misure di distanziamento sono state palesemente violate. Non andrà “tutto bene”, ma l’impegno di tutti sta facendo sì che vada meglio di come poteva andare, e questo ce lo dobbiamo riconoscere, come popolo. Stiamo cominciando a uscirne dunque, ma che se ne esca addirittura “migliori” è tutto da vedere. Un virus non è una guerra, e in questa sfida è mancato l’elemento che può unire un popolo oggi quanto mai diviso e litigioso: un nemico comune. Il paradosso è che “unirsi” per sconfiggere un virus implica “dividersi”, evitando i contatti sociali per quanto possibile. L’idea che ci si stia sacrificando per una causa comune è vivo, ma resta un’esperienza intima, quasi mistica: si combatte stando in casa contro un nemico invisibile. Converrete che non è proprio il punto di partenza per un’epopea entusiasmante. La quarantena non è la Resistenza, dove animi diversi ed eterogenei hanno unito le forze contro un esercito schierato. Ci risvegliamo in questa “Fase 3” indeboliti, esausti, forse anche arrabbiati. Governo ed Europa parlano di aiuti, di soldi, di risorse enormi (queste sì da tempi di guerra), che però stanno arrivando in maniera lenta e disomogenea. Difficile chiedere alle persone di pensare all’ambiente, ai diritti degli ultimi, alla parità di genere, alle minoranze, quando sempre di più si trovano senza lavoro o senza casa. Per riuscirci serve una classe politica che sappia ispirare, che sia in grado di far pensare a ciò che scegliamo di fare oggi in funzione di ciò che vogliamo ottenere domani, per noi stessi e per chi verrà dopo. Attualmente nel mondo non stiamo vivendo un momento di grande legittimazione delle leadership. E infatti rivolgiamo questi pensieri ai leader di domani.

(Foto di Branimir Balogovic su Unsplash)