Spesso si dà per scontato che nel rapporto tra concentrazione e distrazione sia sempre la prima l’obiettivo da perseguire per rendere di più nel lavoro, nello studio e in qualsiasi altra attività. Il libro di un psicologo mette in dubbio questa certezza, dando dignità alla divagazione della nostra mente. Ne parla Mario Barenghi su Doppiozero, in un articolo di cui pubblichiamo un estratto.

È meglio essere distratti o concentrati? Che domanda! si dirà. Meglio essere concentrati, ovvio: è da quando abbiamo messo piede per la prima volta in un’aula scolastica, se non da prima, che insegnanti, genitori, educatori, superiori ci invitano a fare attenzione, a stare attenti. Valga l’etimo: attenzione da ad+tendo, «aspiro, miro a qualcosa»; per raggiungere lo scopo, qualunque scopo, bisogna impegnarsi. Già. Però è un dato di fatto che la nostra mente ha una forte inclinazione a disimpegnarsi e divagare: la frequenza stessa di quei richiami, a tutti familiari (state attenti! stai attento!) lo dimostra. Dalle ricerche psicologiche emerge un dato sorprendente: per un tempo pari a circa la metà della nostra esistenza vigile – quindi, sonno escluso – non pensiamo a niente di preciso. La mente umana, spesso e volentieri, vaga senza una meta apparente. Questo non significa che sia inattiva, tutt’altro; semplicemente, non è focalizzata su un obiettivo. L’alternanza fra attenzione e distrazione rientra nella fisiologia dell’attività cerebrale: la mente si tende e si allenta, si fissa e gironzola, punta e si guarda intorno. Stavo per chiedere: vi è mai capitato di distrarvi durante una lezione? durante una conferenza, un concerto, uno spettacolo? Ma la domanda giusta sarebbe un’altra: vi è mai capitato di non distrarvi, assolutamente mai, per tutto il tempo? Davvero?

Pochi mesi fa è uscito un libro dal titolo affascinante, The Wandering Mind – la mente girovaga – e dal sottotitolo ancora più suggestivo, What the Brain Does When You’re Not Looking, cioè «quello che fa il cervello quando non guardi» (The University of Chicago Press, 2015). L’autore è lo psicologo neozelandese Michael Corballis, nome non nuovo per i lettori italiani; nel 2008 Raffaello Cortina ha infatti pubblicato quello che è forse il suo libro più famoso e uno dei testi più notevoli e influenti in un certo settore degli studi sull’evoluzione, Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio, traduzione di Salvatore Romano (From Hand to Mouth, The Origins of Language, Princeton U.P. 2002). La tesi di fondo di The Wandering Mind è che l’oscillare della mente fra concentrazione e distensione, di solito deplorata come semplice segno di pigrizia e svogliatezza, affonda le sue radici in una disposizione biologica, la quale presenta anche aspetti costruttivi e adattativi. Se l’attenzione è discontinua, e di norma intervallata da più o meno lunghe pause di rilassamento, non è soltanto per esigenze di riposo: nel concedersi spazi di ristoro e di svago, nel distaccarsi dalla contingenza la mente esercita anche altre facoltà, con esiti vantaggiosi per la nostra specie.

La trattazione muove da uno sguardo panoramico sulla memoria. La memoria è infatti il repertorio dei materiali sui quali si esercita il mind-wandering, rielaborando, rimuginando, ricombinando le tracce delle percezioni esperite. In sostanza, la memoria comprende tre livelli: le capacità acquisite e assimilate (skills), come parlare, camminare, scrivere, andare in bicicletta; le conoscenze (knowledge), che consistono nell’insieme delle cognizioni sul mondo possedute, svincolate dalle circostanze di apprendimento (idea non lontana dal concetto semiotico di «enciclopedia»); e infine la memoria episodica (episodic memory), ossia la memoria comunemente intesa, la riattivazione dinamica del passato. Le ricerche sul funzionamento della memoria, come di norma accade, sono alimentate dallo studio di lesioni, patologie, anomalie. Noto è il caso di Kim Peek, detto Kim-Puter, ispiratore del film Rain Man (per il quale il protagonista Dustin Hoffman e il regista Barry Levinson vinsero l’Oscar nel 1989); ancor più straordinario è quello di Lu Chao, che nel 2006 è riuscito a recitare i decimali di ? fino alla posizione numero 67.890. Ma i riscontri più significativi riguardano la debolezza, la labilità, la malleabilità della memoria. Non solo i ricordi sono di norma incompleti e imprecisi, ma è molto facile indurre ricordi fittizi o fasulli. Il punto è che la memoria è rivolta molto più al futuro, che non al passato; e del resto le zone del cervello attivate dalla rimemorazione di eventi passati corrispondono largamente a quelle attivate dall’immaginazione di eventi futuri («the brain hardly knows the difference»).

Tre sono anche i principali ambiti della mente girovaga, ossia gli spazi dell’attività cerebrale non focalizzata: il vagabondaggio mentale cosciente, il sogno, le allucinazioni (fomentate o no da sostanze stupefacenti). Su ciascuna di tali dimensioni ci si potrebbe soffermare, cominciando dalla considerazione che durante la veglia il confine tra mind-wandering e paying attention non è assoluto. Sorprende tuttavia l’esiguità della differenza, in termini sia di attività cerebrale sia di afflusso di sangue (tra il 5 e il 10 per cento). Se paragoniamo il cervello a una città, nelle fasi di ozio non è che le strade siano deserte: semplicemente, gli abitanti attendono ai casi propri, salvo confluire in un medesimo luogo quando accade un evento importante. A un profano risultano poi strabilianti le indagini sull’attività onirica, uno dei tanti orizzonti aperti dallo sviluppo della diagnostica per immagini. In particolare, la fMRI cerebrale (la risonanza magnetica funzionale), consentendo di localizzare le aree del cervello attivate da questo o quel comportamento, dischiudono inedite prospettive sulla possibilità di intuire non solo che cosa sogniamo noi, ma perfino cosa sognano gli animali.

Che cosa accade dunque quando la mente vaga? O meglio: quali sono le forme di divagazione mentale che possono essere risultate utili dal punto di vista evolutivo?

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Fonte foto: flickr