In questi ultimi mesi, abbiamo imparato che il COVID-19, la malattia causata dal virus SARS-CoV-2, ha effetti molto diversi su persone diverse. Nella prima fase della pandemia, quando la circolazione del virus in Italia è andata fuori controllo, ne hanno fatto le spese soprattutto le persone più anziane. Oggi, dopo mesi di convivenza con una nuova realtà fatta di distanziamento fisico, dispositivi di protezione e abitudini di vita radicalmente cambiate, ci stiamo accorgendo di quanto il virus sia meno letale quando infetta un corpo giovane e sano. Se infatti i casi stanno aumentando da alcune settimane in una maniera che non lascia del tutto tranquilli, non stiamo vedendo al contempo un aumento dei ricoveri ospedalieri, in terapia intensiva, e delle morti, paragonabile al drammatico periodo che ci siamo lasciati alle spalle. Parallelamente, l’età media delle persone colpite dal virus è scesa sotto i trent’anni, confermando la correlazione tra età anagrafica (e annessi problemi di salute e fragilità) e intensità della sindrome. Dunque, a quanto sembra, un organismo in salute è anche un organismo che avrà più probabilità di sviluppare una forma lieve della malattia. E tra i fattori che possono influenzare questo fenomeno, si è scoperto da qualche tempo, c’è anche l’obesità, almeno per gli uomini.

Un problema in sé

Come spiega un articolo pubblicato sul New York Times, il Centers for Disease Control and Prevention ha inserito l’obesità estrema tra i fattori di rischio alto. In una prima fase si è pensato che non fosse tanto l’obesità in sé il problema, quanto i fattori che ad essa normalmente si accompagnano: disturbi metabolici e problemi respiratori. Uno studio pubblicato di recente, però, indica l’obesità come un fattore di rischio in sé, e non solo come causa scatenante di altri fattori. Il problema riguarda esclusivamente gli uomini. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che, a differenza delle donne, i primi tendono ad accumulare grasso a livello viscerale e addominale, cioè in zone più rischiose per la salute. Inoltre, hanno notato i ricercatori, l’obesità si presenta come fattore determinante per la letalità del COVID-19 fino ai 60 anni di età, non tra i più anziani.

I problemi connessi all’obesità

L’obesità, come si diceva, causa una riduzione della capacità respiratoria, rendendo più difficile la cura della polmonite o altre infezioni ai polmoni. Il grasso è inoltre un elemento biologicamente attivo, che favorisce infiammazioni croniche dell’organismo che possono favorire l’azione del coronavirus. Inoltre, l’obesità causa cambiamenti e anormalità a livello metabolico, anche in soggetti che non sviluppano il diabete. Lo studio in questione non è il primo a indicare l’obesità come un problema a sé nella mortalità del COVID-19. In diverse parti del mondo, infatti – soprattutto quelle in cui ci sono maggiori tassi di obesità tra la popolazione – i medici si sono accorti da subito che le persone più giovani che contraevano forme gravi del virus erano spesso obese. La stessa tesi è portata avanti da un report pubblicato dall’istituto di salute pubblica inglese, e da altre centinaia di articoli simili usciti nell’ultimo periodo su diverse riviste scientifiche.

(Foto di Marcelo Leal su Unsplash)