Ha fatto molto discutere il caso della lite tra gli allenatori di Napoli e Inter, con insulti omofobi da parte di Maurizio Sarri ai danni di Roberto Mancini. Quest’ultimo ha denunciato il fatto, Sarri ha risposto che certe cose «dovrebbero restare in campo», poi si è scusato. La reazione dell’allenatore del Napoli denota una non piena coscienza della gravità del fatto, visto che l’omosessualità nell’ambiente calcistico è un problema che può spezzare la carriera dei talenti migliori. Leggera la sentenza del giudice sportivo, che ha squalificato l’autore dell’insulto per due giornate, oltre a infliggergli una multa di 10mila euro. Ma il dettaglio importante, così come riportato dai giornali, è che l’espressione usata («frocio») non costituirebbe insulto omofobo, in quanto Roberto Mancini è eterosessuale. Il giudice fa un passaggio logico ardito (lo esplicitiamo per chiarezza), per cui siccome l’insulto omofobo è rivolto a Mancini, e questi non è omosessuale, allora il fatto è declassabile a insulto generico.

Si ignora quindi il fatto che, utilizzando un epiteto relativo all’orientamento sessuale per ingiuriare l’avversario, si sta dicendo che essere quella cosa lì (nella fattispecie: gay) è una cosa degradante, di cui vergognarsi, a cui rispondere «non ti permettere sai?». Qui sta l’omofobia delle parole di Sarri. Che non è nuovo a uscite del genere. Quando nel 2014 allenava l’Empoli, di fronte al numero eccessivo di fischi dell’arbitro per contatti fallosi, aveva commentato «Il calcio è diventato uno sport per froci». Magari fosse così, caro Sarri, magari gli omosessuali potessero liberamente far parte dello sport più popolare in Italia senza essere discriminati. Purtroppo non è così, e infatti quello dei calciatori sembra un mondo popolato di soli eterosessuali, in totale controtendenza rispetto alle statistiche sugli orientamenti sessuali della popolazione. La cosa più probabile è che nessuno si azzardi a fare coming out, per paura delle conseguenze.

Talvolta basta il sospetto a rendere la vita di un calciatore un inferno. Da questo punto di vista è esemplare la vicenda dell’ex calciatore del Chelsea e di altre squadre inglesi Graeme Le Saux, raccontata da Giovanni Fontana sul suo blog per il Post. Per tutti gli anni ’90 Le Saux è stato vittima di prese in giro e “accuse” di omosessualità. La cosa è peraltro falsa, come racconta la sua biografia (è sposato con una donna e ha due figli) e come egli stesso ha più volte dovuto precisare. Questa accusa gli ha comunque rovinato la carriera. Ma da cosa nasce il sospetto? La prima cosa che può venire in mente – ed è uno stereotipo difficile da superare – è che egli avesse comportamenti in qualche modo “effeminati”. Niente di tutto ciò, il problema è che aveva degli interessi al di fuori del calcio e che non si trovava a suo agio nell’atmosfera cameratesca machista e dedita all’alcol di quegli anni in Inghilterra. La goccia che fece traboccare il vaso fu una vacanza fatta nel 1991 con un compagno di squadra con cui aveva stretto amicizia, Ken Monkou (del Suriname, quindi nero, apriti cielo). A quel punto le battute dei compagni si fecero più esplicite e insistenti, e di fatto Le Saux era già in trappola. Perché in casi come questi le due reazioni più automatiche sono comunque fallimentari: «Se non reagisci all’accusa vuol dire che quell’accusa è veritiera – scrive Fontana –; se reagisci, è perché hai qualcosa da nascondere. In entrambi i casi è “vedi, ti ho fatto tana”. Nei fatti, sei spacciato». Da lì in poi ogni indizio era buono per confermare la tesi: il fatto che il giocatore leggesse il Guardian (quotidiano con un’aura “intellettuale”, dove le pagine di sport hanno poco spazio), il tipo di musica che ascoltava, il fatto che frequentasse le mostre. La voce si diffuse e cominciarono i cori negli stadi, le provocazioni da parte degli avversari, alle quali Le Saux talvolta si sentì costretto a reagire “da macho”, forzandosi a ricambiare le battute con altrettanti insulti.

«“Mi sono domandato se fosse diffamatorio essere chiamato omosessuale dato che non lo ero”, dice Le Saux, in una domanda che riecheggia la sciocca attenuante data a Sarri sulla non omosessualità di Mancini. “Ma nel calcio penso che lo sia, perché uno si deve difendere: ammettere di essere gay può voler dire la fine della tua carriera”, nessuna squadra ti cerca più, nessun allenatore ti vuole più in squadra perché pensa che potresti creare problemi allo spogliatoio. “È un atto d’accusa per il calcio, ma è così”». Le cose sono andate in questo modo per anni, raggiungendo forse il culmine quando Le Saux fu vittima di un’esplicita provocazione da parte del giocatore del Liverpool, Robbie Fowler, e la terna arbitrale (che aveva visto) ritenne di non intervenire, ammonendo anzi Le Saux per perdita di tempo. La federazione non intervenì con provvedimenti seri ai danni di Fowler, mentre invece sarebbe stata una scelta importante per dimostrare che si voleva dare una direzione diversa al calcio inglese. Poi le cose sono un po’ cambiate, e forse anche questi episodi così eclatanti hanno contribuito a innescare una discussione che ha reso il clima meno infernale, almeno in Inghilterra.

E dalle nostre parti, dove se uno richiama l’attenzione sulla correttezza e sulla mitezza gli si dà subito del politically correct e del buonista, si aprirà mai una vera discussione intorno a questi temi?

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