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In queste ore, dopo anni di battaglie e proroghe della scadenza, si stanno progressivamente svuotando i sei ospedali psichiatrici giudiziari (opg) ancora esistenti in Italia. Un relitto del passato (furono istituiti durante il fascismo, nel 1930), sopravvissuto alla legge Basaglia, viene finalmente smantellato, nella speranza che ciò che verrà dopo possa essere migliore. L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le definì strutture dell’orrore per le condizioni di vita emerse da alcune visite da parte del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa (2008), cui seguì un rapporto del governo (2010) in cui si leggeva che «Le modalità di attuazione osservate negli Opg lasciano intravedere pratiche cliniche inadeguate e, in alcuni casi, lesive della dignità della persona». Così lo Stato si occupa del cittadino.

La prima legge a prevedere la chiusura degli istituti è del 2012, e in essa si fissava il termine al 31 marzo dell’anno successivo. Da lì seguirono due successive proroghe, a causa della mancata applicazione delle norme da parte delle Regioni, che dovranno occuparsi di indirizzare verso strutture e terapie adeguate gli internati. Nel 2015, anche se comunque non tutte le regioni hanno preso provvedimenti adeguati, il termine è diventato esecutivo e quindi dovranno chiudere gli opg di Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Napoli Secondigliano, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere. Il numero di persone rinchiuse in queste strutture è calato di molto nel corso degli anni, e ad oggi sono circa 700: «Tra maggio e settembre 2014 sono state presentate al Ministero della salute le schede individuali di 826 persone, di questi i dimissibili erano 476, i non dimissibili 314, mentre 36 non sono stati ancora giudicati valutabili», ha spiegato Stefano Cecconi, coordinatore della campagna di StopOpg.

La chiusura sarà graduale e ogni area geografica dovrà individuare in quale struttura temporanea (Rems, Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) trasferire i carcerati, in attesa di definire il loro destino. Dalla semplice reclusione (in condizioni spesso disumane) è opportuno passare a percorsi di recupero e terapia, ove possibile ovviamente, visto che, scriveva un anno fa Quotidiano Sanità, «per gli utenti con gravi caratteristiche psicopatiche e antisociali non sono disponibili interventi psichiatrici efficaci, ma solo interventi correttivi». Lo stesso periodico aggiungeva però una riflessione fondamentale per capire con quale logica è utile guardare alla chiusura degli istituti: «È strategico passare da un concetto di sicurezza direttamente correlato al concetto di “pericolosità” che rappresenta soprattutto la possibilità di commettere un atto aggressivo o un crimine e si riferisce principalmente ai singoli, ad un concetto di “sicurezza” nel campo della salute mentale come aspetto sistemico che comprende il sistema di relazioni reciproche tra il paziente ed il suo ambiente».

Chiudere gli opg non è sinonimo di “mandare a casa”, bensì di mettere un punto a un capitolo odioso e degradante della storia penitenziaria italiana, che completa con decenni di ritardo il percorso iniziato con la cosiddetta legge Basaglia. Quella che inizia oggi è una fase transitoria, che sarà opportuno monitorare costantemente. Per Stefano Cecconi «le regioni in serio ritardo sono Piemonte, Liguria, Calabria e Veneto. “Castiglione non chiude e questo è grave perché la regione Lombardia ha deciso che i propri internati, che sono 120, resteranno a Castiglione. Cambierà la targa, diventerà una Rems e invece di avere una struttura da 160 posti, ci saranno sei moduli da 20 posti ciascuno, con in più gli ospiti della Liguria e addirittura di altre regioni”». I problemi sono dietro l’angolo in una questione così complessa. Il rischio è sempre che si trovino soluzioni provvisorie che poi diventano permanenti. Così come già avviene per le tante persone in attesa di valutazione all’interno degli opg, che hanno già scontato molto più tempo di quello previsto per il reato commesso, ma dall’altra parte non hanno cominciato nessuna terapia o percorso di recupero. È tempo che lo Stato si prenda davvero in carico la salute di queste persone.