Per cancel culture si intende la pratica di “togliere supporto a figure pubbliche in risposta a loro comportamenti problematici o opinioni”. Se ne sta parlando molto negli Stati Uniti in questo periodo: vediamo di capirci qualcosa grazie all’articolo di Daniela Gross su Doppiozero.

È censura. No, attivismo. Uccide lo scambio di idee. Non c’è mai stata tanta libertà. È ricatto. È responsabilità. Il bello della cancel culture, la figlia più rissosa dei social media, quella di cui più si discute, è che inchiodarla a un’etichetta è impossibile – contiene tutto e il suo contrario. Invece di domandarsi cos’è vale allora la pena guardarla in azione. Perché la sola certezza è che in quest’estate americana sta scardinando il discorso pubblico.

Mentre le manifestazioni per la giustizia sociale infiammano il paese e le statue razziste sono fatte a pezzi, sulle piattaforme social finisce infatti nel mirino chiunque – individuo, azienda, istituzione – si macchi di discriminazione, pregiudizio, odio. Per i colpevoli o presunti tali la pena è la messa al bando, la cancellazione. E dal virtuale al reale il passo è breve.

Per ogni reputazione che va in briciole su Twitter, ci sono una carriera, un lavoro o un business che minacciano di andare in fumo. Le opinioni si pagano e spesso a caro prezzo. È la regola della cancel culture e il suo snodo più problematico.

L’atto di “togliere supporto a figure pubbliche in risposta a loro comportamenti problematici o opinioni”, secondo la definizione del Merriam Webster, non è una novità. L’idea circola da alcuni anni sui social, diventa un hashtag scherzoso sul Black Twitter e prende piede sull’onda di #MeToo. L’interesse – secondo Google trends – rimane però stazionario fino a quest’estate, quando la pandemia chiude in casa milioni di persone e la socialità trasloca online. Le atroci disparità che il virus mette in luce e la mobilitazione di Black Lives Matter fanno il resto.

La cancel culture si carica a questo punto di un’inequivocabile valenza politica. Aggiusta il tiro e diventa un’arma micidiale, capace di muovere equilibri e scenari finora intoccabili. È un sasso in faccia al sistema. Il potere che torna nelle mani dei cittadini.

Il meccanismo squassa il mondo della cultura. I social media risputano vecchie immagini, commenti dimenticati, battute infelici. Tutto accade con una rapidità impressionante. La sete di cambiamento si mescola a voglie di rivalsa, frustrazioni, accanimento. Non è mai stato così facile esprimersi, allearsi, passare all’azione. Non è mai stato così facile farsi prendere la mano – i social premiano l’antagonismo, la polemica.

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(Foto di Markus Winkler su Unsplash)