di Federico Caruso

In Italia c’è un 20 per cento di popolazione ancora scettica sui vaccini contro il COVID-19. Il dato è stato raccolto da YouGov ed è aggiornato ad aprile 2021. Dal report si può notare che la fiducia verso i vaccini è scesa di poco nei primi mesi dell’anno in corso. Se a gennaio l’83 per cento degli intervistati rispondeva di fidarsi “molto” o “abbastanza” dei vaccini, ad aprile il dato era sceso di poco (81 per cento), con un corrispondente aumento di chi si fida “poco” o “per niente”. Il dato di aprile ci mette al secondo posto, tra gli stati studiati, come livello di fiducia nei vaccini. Prima di noi c’è solo il Regno Unito, con l’83 per cento.

La cosa singolare è però che nella maggior parte degli altri paesi la tendenza alla fiducia è in aumento con il procedere della campagna vaccinale. Possiamo ipotizzare che i benefici della campagna abbiano convinto diversi scettici della bontà dei farmaci usati, mentre in Italia, almeno nel periodo considerato, la paura per i pochi effetti avversi registrati (e a cui è stata data ampia sovraesposizione mediatica) nei primi mesi dell’anno abbiano fatto scendere la fiducia. Alcuni aumenti sono notevoli. La Danimarca in soli tre mesi è passata dal 68 al 78 per cento di fiducia, la Germania dal 53 al 60 per cento, il Regno Unito, dove la campagna basata in gran parte su Oxford-AstraZeneca ha preso da subito un ritmo più rapido rispetto all’Unione Europea, si è passati dal 77 all’83 per cento di fiducia.

Questo non può che farci riflettere sul disastro comunicativo del governo italiano, con una serie di annunci e indicazioni contraddittori su fasce d’età e vaccinazioni “eterologhe” che si sono succeduti fino a giugno inoltrato. È probabile, alla luce di quanto successo, che l’81 per cento di fiducia registrato ad aprile non sia stato mantenuto nei mesi successivi. Ma il governo non è il responsabile in questa dinamica, sono tanti i fattori che entrano in gioco nella scelta delle persone di vaccinarsi oppure no. Di sicuro c’entra anche la fiducia nel mondo dell’informazione, l’uso e l’abuso dei social network e la disinformazione che vi circola. Ma le cose sono meno ovvie di come sembrano.

Non ci sono più i no vax di una volta

In quel 20 per cento di scettici c’è un po’ di tutto. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti solo di complottisti disposti a credere alle teorie più strampalate: i no vax alla Enrico Montesano sono una minoranza. Gli altri sono probabilmente persone perfettamente consapevoli della realtà del problema, ma non del tutto convinte rispetto alla soluzione del vaccino: tendono a rimandare, ad aspettare, a fidarsi del consiglio di qualcuno più che della comunità scientifica.

Ne ha scritto nei giorni scorsi Emanuele Trevi sul Corriere: «Questa è la verità: sono tra noi. Non amano Donald Trump, non affermano che la Terra è piatta, non sono aggressivi o rimbecilliti. Sono attori, musicisti, commercianti, gente che viene alle presentazioni dei libri, gente che incontri a cena. Con il no vax classico, condividono solo un sordo rancore per il sapere scientifico. Non saprebbero mai e poi mai definire una cellula o una proteina, ma prendono decisioni gravi come quella di non vaccinarsi in base a consigli dell’insegnante di yoga, o perché un amico di un amico lavora in un certo posto ed è sicuro che. Ignorano insomma che l’essenza della democrazia è fidarsi di chi sa, certamente controllando che il sapere non diventi un’usurpazione, ma consapevoli che il sapere è una lenta conquista che costa lacrime sangue, non una ricerca su google. Credono che la democrazia sia «farsi un’opinione», qualunque cosa ciò voglia dire nella loro testa. E sbagliano, certo che sbagliano: ma sono persone amabili, la lesione del comprendonio è circoscritta, il loro narcisismo è mitigato da mille altre virtù».

I media tradizionali e i social network

Spesso, soprattutto in Italia, si attribuiscono le cause della diffusa disinformazione “ai social network”, e in generale a internet e a tutto ciò che riguarda l’universo digitale. È una spiegazione auto-assolutoria fornita dagli stessi media, che evitano di affermare che spesso le notizie non verificate, imprecise, false che vengono diffuse sui social network provengono proprio da siti d’informazione e non da oscuri laboratori di “fake news” situati da qualche parte nella Russia profonda. Gli stessi giornali che producono ottime inchieste, reportage e approfondimenti, non si esimono purtroppo dal generare confusione, ansia e allarme anche quando non ce ne sarebbe bisogno, tutto perché il loro modello di business è ancora troppo basato sulla pubblicità e quindi sulla generazione di traffico verso il sito web, a prescindere dalla qualità di questo traffico.

Non è un caso che, come fa notare DataMediaHub, la fiducia nei media tradizionali sia bassissima, soprattutto in Italia. «Il 13 Gennaio scorso Edelman, la più grande società di relazioni pubbliche a livello globale, ha rilasciato l’Edelman Trust Barometer 2021. Il rapporto parla apertamente di “bancarotta delle informazioni” e di un ecosistema di fiducia in fallimento, incapace di affrontare l’infodemia dilagante. […] In Italia il 75% degli intervistati ritiene che i media non stiano facendo affatto bene per quanto riguarda obiettività e diffusione di notizie che non sia parziali, e di parte. La media generale delle 27 nazioni analizzate da Edelman su questo aspetto è del 61%. Dunque il gap con l’Italia è di 14 punti percentuali, e vede il nostro Paese al quarto posto a livello mondiale per sfiducia nei media. Del report non ha scritto nessuna fonte d’informazione del nostro Paese. E anche la maggior parte delle testate specializzate ha sorvolato, diciamo, sul rapporto. È l’ennesima evidenza della assoluta mancanza di volontà di invertire la rotta. Di continuare a mettere la polvere sotto il tappeto, come se nulla fosse».

E se la colpa è “dei social network”, è utile anche guardare a quanto questi sono effettivamente usati nel nostro Paese. Ci viene in aiuto un’altra sintesi di DataMediaHub, che riporta dati Eurostat: «Stando a quanto pubblicato in questi giorni da Eurostat sull’utilizzo dei social nella UE27, l’Italia è la nazione con la minor penetrazione dei social. Nella UE27, il 57% delle persone di età compresa tra 16-74 ha partecipato nei social nel 2020 negli ultimi 3 mesi precedenti l’indagine, in aumento di 3 punti percentuali rispetto al tasso di partecipazione ai social network 2019. L’UE è in costante aumento dall’inizio della raccolta dei dati (36% nel 2011). La partecipazione ai social network include attività come la creazione di un profilo utente, la pubblicazione di messaggi o altri contributi sui social network. Tra gli Stati membri dell’UE, il tasso di partecipazione ai social è stato più elevato in Danimarca (85%), davanti a Belgio (79%), Cipro (78%), Finlandia (75%) e Ungheria (74%). L’Italia si attesta al 48%». Certo, bisogna considerare che la definizione di “partecipazione” non sembra prendere in considerazione coloro (probabilmente la maggioranza) che usano i social network solo per consultazione, senza partecipare attivamente condividendo link o altri materiali.

Ma in generale il problema resta: troppa attenzione verso i problemi del “digitale”, troppo poca verso la qualità dell’informazione. Come si chiede Fabio Chiusi in un articolo approfondito sul tema: «A che servono davvero le regole per i social media – che pure sarebbero invece necessarie e urgenti, specie in materia di trasparenza e accesso ai dati – senza regole di metodo per tutti gli altri media, e per l’ecosistema contemporaneo dei media nel suo complesso?».

(Foto di Mick Haupt su Unsplash )

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