A proposito di bello: Santa Maria del Fiore
e il campanile di Giotto a Firenze

Nei momenti difficili, la bellezza è l’unico rifugio. Ogni giorno siamo distratti da mille pensieri, mille problemi pratici, che ci impediscono di alzare lo sguardo verso ciò che ci sta attorno e provare a cercare ciò che vorremmo, oltre a quello che c’è. Siamo chiusi, schiacciati, costretti in routine di continua emergenza, che ci tengono ancorati, col morale a terra, più che coi piedi. Eppure il bello può essere la via d’uscita. Facile a dirsi, ma le bollette? L’affitto? La retta dell’università? Le scadenze non aspettano. Già, ma sono lì apposta a farci dimenticare che nella vita c’è altro.

La precarietà del lavoro e l’incertezza del futuro accorciano il nostro orizzonte temporale, fino a farlo coincidere con la fine del mese, e con l’ansia di non farcela. Ma passerà questo momento, e in qualche modo arriveremo dall’altra parte del tunnel. Possiamo decidere di percorrere il tragitto guardandoci le scarpe, pensando tutto il tempo a quanto sta andando male. Oppure possiamo rifugiarci nel bello. «Il respiro intenso di una buona lettura, lo sguardo interiore sia sul mondo del teatro sia su quello della musica», scriveva qualche giorno fa Ferruccio de Bortoli in un editoriale dal titolo “Leggere è amare”.

Nell’area del museo di storia di Sarajevo dedicata all’assedio c’è un’emozionante foto in cui si vede un direttore dirigere la propria orchestra in un teatro fatto di rovine. Ai tempi della guerra, lo spazio fu messo nelle condizioni di essere utilizzato per fare in modo da non interrompere la stagione concertistica e andare avanti nonostante i bombardamenti. È un’immagine forte, e una metafora che si sovrappone bene con il periodo che stiamo vivendo. Le nostre case sono ancora in piedi, ma c’è chi le sta lasciando perché non può più permettersi le rate del mutuo (come in Spagna). Camminando per strada non si corre il rischio di essere colpiti da cecchini, ma la crescita della disoccupazione e della pressione fiscale ci sta portando a uscire sempre meno. È un assedio invisibile al quale dobbiamo resistere.

Rinunciamo a usare l’auto, torniamo ad altri mezzi più economici e meno inquinanti, come le gambe e la bicicletta, ma non abbandoniamo i teatri, i cinema, le biblioteche. Pensiamo a quali sono le spese alle quali davvero non possiamo rinunciare, e magari scopriremo che una visita al museo ogni tanto ce la possiamo permettere. Non perdiamo le nostre giornate in centri commerciali alla ricerca dell’ultima offerta, piuttosto investiamo dei soldi in un biglietto del treno e andiamo a visitare una città, un paese, facciamo un giro in campagna. Facciamoci sorprendere dalla bellezza che ci circonda e impariamo a volerla anche nel quotidiano. Sì, perché poi il segreto è questo. Non solo vedere, ma soprattutto volere il bello, e abituarsi a esso fino a non poterne più fare a meno.

In questo senso, non possiamo che concludere col passo che chiude Le città invisibili di Italo Calvino. Una raccomandazione, quasi una preghiera laica, che non dovremmo mai dimenticare, soprattutto quando la congiuntura è avversa, come ora. «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

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