L’orribile storia delle ragazze aggredite sessualmente su un treno della linea Milano-Varese ha stimolato diverse riflessioni sulla sicurezza dei mezzi pubblici per le donne che si spostano da sole. Innanzitutto va detto che i due aggressori sono stati in seguito fermati, il che è una buona notizia rispetto a quell’idea di impunità che sembra sempre essere alla base di atti così plateali, oltre che meschini e inaccettabili. Ma questo è anche un aspetto del problema: in Italia l’intervengo è troppo spostato sulla punizione, e poco sulla prevenzione.

Tra le iniziative scaturite da questa vicenda ce n’è però una che a nostro avviso va nella direzione sbagliata, seppure nasca dall’idea di offrire maggiore protezione alle donne che viaggiano. Si tratta di una petizione lanciata sull’ormai celebre sito Change.org per chiedere a Trenord di istituire dei vagoni dedicati a sole donne.

La proposta, per quanto benintenzionata, secondo molti non affronta il problema dal lato giusto. Innanzitutto c’è qualcosa che sfugge in termini di aumento della sicurezza: cosa dovrebbe impedire a un uomo malintenzionato di accedere a tali vagoni? In certi orari, quando la frequentazione dei treni è molto ridotta, la possibilità che questi vagoni viaggino semi-vuoti è molto alta. Un cartello, per quanto chiaro, che intima agli uomini di non procedere oltre non sarà certo un deterrente efficace contro le aggressioni.

La proposta inoltre sembra spostare sulle donne il peso del problema. Un po’ come quando si dice loro di non uscire da sole oltre un certo orario, o di non indossare certi indumenti. E quando un’aggressione avviene quando queste precauzioni non sono rispettate c’è per giunta chi sposta l’onere sulla vittima: “certo uscire da sola a quell’ora, vestita in quel modo…”. Cosa succederebbe, una volta che dovessimo avere i vagoni per sole donne, se una violenza sessuale si consumasse su un vagone “standard”? Probabilmente prima o poi qualcuno direbbe “certo, poteva mettersi nel vagone per sole donne, se l’è proprio andata a cercare”. Inoltre, come fa notare Jennifer Guerra su The Vision, una soluzione “segregazionista” tende a perpetrare l’idea che le aggressioni siano qualcosa di inevitabile, e che quindi l’unica soluzione sia porre una barriera tra le potenziali vittime e gli aggressori.

Tra le argomentazioni a favore dei vagoni per sole donne c’è il fatto che questi siano già in uso in diversi paesi. Il che è vero, ma manca un po’ di contesto, come scrive Guerra: «Il problema, come ricostruisce un articolo del Guardian, è che si tratta di Paesi in cui le donne sono fortemente discriminate in tutti gli ambiti della vita: mezzi riservati esistono laddove le donne non possono frequentare gli stessi spazi pubblici degli uomini, come in Iran o negli Emirati Arabi Uniti, o in Paesi in cui i tassi di violenza sulle donne sono molto elevati, come in Brasile o in India. L’esempio più famoso è il Giappone, dove ogni compagnia ferroviaria dispone di queste linee speciali e la legge prevede multe per gli uomini che vi si introducono. Proprio perché esistono da così tanti anni, è possibile valutare la loro effettiva efficacia. Più di un terzo delle pendolari giapponesi non ha mai usato i treni per sole donne, il 46,5% li usa “qualche volta”, il 13,2% “spesso” e solo il 3.8% “sempre”. A un anno dall’implementazione delle linee nel 2004, le denunce per atti osceni erano diminuite del 3%, ma quelle di violenza erano addirittura aumentate tra il 10 e il 20% in due tratte servite con carrozze riservate».

Purtroppo le soluzioni al problema nel breve periodo sono poche: «treni con telecamere attive in ogni scompartimento, pulsanti di emergenza a ogni sedile, controllori in carne e ossa – scrive Elvira Serra sul Corriere –. Mentre nel lungo termine l’unica soluzione resta un lento, ma necessario, lavoro educativo, possibilmente fin dall’asilo. Altrimenti non si colmerà mai la distanza siderale tra noi donne e un certo tipo di uomini. Ai quali andrebbe inibito qualsiasi treno».

Non ci sono scorciatoie: bisogna puntare in alto, e le istituzioni devono fare la loro parte. «Le donne – conclude Guerra – non sono una specie in pericolo o una categoria da proteggere. Sono metà della popolazione, e chiedono semplicemente di vivere la propria vita come l’altra metà. Io non voglio vivere in un Paese che mi metta a disposizione spazi segregati per sentirmi più al sicuro. Voglio vivere in un Paese in cui sentirmi libera di andare ovunque desidero e di occupare tutto lo spazio che voglio, con chi voglio, senza sentirmi costantemente minacciata dalla violenza».

(Foto di Marco Chilese su Unsplash )

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