di Federico Caruso

Anche in Italia, come in molti altri paesi nel mondo (la Cina per prima), si sta sperimentando la cura del coronavirus con infusioni di plasma iperimmune. Si tratta di un sistema che ha una lunga storia, e che con successi alterni è stato utilizzato anche in altre epidemie (l’influenza Spagnola di inizio ‘900, la SARS nel 2003, la MERS nel 2015, ecc.). Attorno ai risultati delle sperimentazioni in corso in diversi ospedali del Nord Italia, che pure sono incoraggianti, si sta facendo molta confusione e forse diffondendo qualche speranza di troppo. Un dibattito organizzato dalla testata DonatoriH24 ha chiarito molte cose al riguardo. A rispondere alle domande del direttore c’erano Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue, Massimo Franchini, direttore del Servizio trasfusionale dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, Gianpietro Briola, presidente di Avis nazionale e Alessandro Gringeri, Chief Medical e R&D Officer di Kedrion Biopharma.

Cos’è e a cosa serve il plasma iperimmune

Per plasma convalescente iperimmune si intende il plasma (cioè la parte liquida del sangue, che contiene proteine e una serie di nutrienti) delle persone che sono da poco guarite dal COVID-19. La particolarità di questo plasma è che, provenendo da persone che hanno avuto la malattia, contiene gli anticorpi in grado di sconfiggere il virus. L’idea è quindi che iniettandone una certa quantità (in media con il sangue donato da una persona si trattano fino a due pazienti) in un organismo malato, gli anticorpi aiutino quest’ultimo nell’affrontare la malattia. È una tecnica che si usa, spesso con buoni risultati, quando ancora non c’è un trattamento farmacologico standardizzato (come nel caso attuale). Come ha spiegato Franchini, al momento è l’unica terapia biologica disponibile contro il nuovo coronavirus, ma è pur sempre un approccio emergenziale, che si può usare quando le persone hanno già sviluppato la malattia respiratoria legata provocata dal coronavirus. Da ciò che si è visto nei pazienti studiati finora, l’infusione del plasma iperimmune è più efficace se avviene in fase precoce, perché provoca una maggiore riduzione della carica virale e un miglioramento clinico e nei risultati di laboratorio. L’obiettivo delle sperimentazioni non è però, come alcuni hanno sostenuto, far sì che l’infusione di plasma iperimmune diventi un trattamento standardizzato per la cura del COVID-19. Questo non è infatti un tipo di intervento riproducibile su larghissima scala, perché le disponibilità di plasma non sono sufficienti, e inoltre il trattamento del plasma per rimuovere le sostanze da non infondere nel paziente è complesso e costoso. Il plasma iperimmune resta però promettente per due motivi: il primo è che, finchè non sarà trovato e prodotto un farmaco specifico o un vaccino, può essere utile come soluzione emergenziale; il secondo è che, grazie alle immunoglobuline contenute nel plasma, nei prossimi mesi potrebbe essere possibile sintetizzare le immunoglobuline specifiche necessarie a produrre un farmaco specifico.

La nota di Gianpietro Briola

Il presidente di Avis nazionale, Gianpietro Briola, ha pubblicato una nota per precisare questo e altri aspetti: «Si è dimostrato che in molti casi il plasma è efficace per gli anticorpi presenti nei soggetti guariti, ma con il plasma prelevato si somministrano anche sostanze non necessarie per il trattamento di determinate patologie. Quindi, rappresenta una terapia sperimentale ed emergenziale già nota per altre malattie. Serve ora capire quali sono gli anticorpi efficaci, isolarli, purificarli e poi somministrare solo quelli in dose controllata e farmacologica. Come avviene per le immunoglobuline antitetaniche, ad esempio. È comunque importante sottolineare che questo approccio ha dimostrato che il plasma contiene degli elementi che funzionano contro il virus e lo neutralizzano. AVIS, insieme al mondo scientifico e al Centro Nazionale Sangue, sta seguendo con molta attenzione l’evoluzione e si sta adoperando per studiare queste opportunità. Al momento, però, è importante mantenere la calma e informarsi sempre attraverso fonti attendibili e non creare false aspettative. Appena conosceremo il test che meglio è in grado di rilevare e dosare questi specifici anticorpi e non appena le aziende di plasmaderivazione saranno in grado di produrre le immunoglobuline specifiche, coinvolgeremo la generosità dei donatori per la plasmaferesi». Si tratta dunque di un filone di sperimentazione importante e da seguire, ma bisogna stare attenti a non confondere i risultati dei test con l’obiettivo di lungo termine, che resta la produzione di un farmaco (e parallelamente quella di un vaccino).

Il contributo dei donatori

In tutto questo, donatori e donatrici possono avere un ruolo molto importante. Innanzitutto, come ha ribadito ancora Briola durante il dibattito su DonatoriH24, il sangue donato da persone affette dal coronavirus non trasmette la malattia, quindi la donazione di sangue può avvenire in totale sicurezza. Detto questo, per proseguire la ricerca sul plasma iperimmune è necessario trovare donatori convalescenti, ossia che siano guariti dal COVID-19 e «la cui guarigione sia accertata da due tamponi negativi effettuati in due giorni consecutivi», come si legge sul sito del Centro nazionale sangue. La selezione dovrà avvenire sempre su base volontaria, ha sottolineato Briola, in coerenza con i principi che ispirano la donazione così come intesa da Avis e dal sistema sangue italiano nel suo complesso. Proprio per la periodicità della donazione, il sangue donato dai soci Avis è particolarmente sicuro e quindi ideale per partecipare alla sperimentazione. Ferma restando la volontarietà, Briola si è detto favorevole a una campagna che sensibilizzi i donatori convalescenti a donare il loro plasma iperimmune per favorire il processo di sperimentazione, sempre nel rispetto delle norme che regolano la periodicità della donazione, che non vengono in alcun modo sospese, nemmeno in casi di straordinari.

(Foto del National Cancer Institute su Unsplash)