Un paio di mesi fa, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan fu colto impreparato in televisione sul prezzo di latte e benzina. Un colpo basso che non significa nulla (c’è chi il latte non lo beve, e poi così alla sprovvista l’amnesia può sempre capitare), ovviamente, ma sarebbe stato interessante chiedere invece al ministro di dire così, all’impronta, il prezzo di una siringa per la pubblica amministrazione. Impossibile, perché il costo di aghi e siringhe è noto per la sua variabilità lungo lo stivale, con annessi sprechi per le regioni che, senza ragione apparente, per anni hanno pagato di più. Finalmente però c’è qualche novità.

La Consip (cioè la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana) ha concluso una gara d’appalto che permetterà alle regioni di risparmiare mediamente il 50 per cento proprio per aghi e siringhe. «In totale – scrive Repubblica – le Regioni spendevano per le siringhe 150 milioni all’anno e con la nuova gara potranno quindi scendere a 75 milioni». Su Quotidiano Sanità si può vedere la tabella con il valore dei singoli lotti di prodotti e il relativo ribasso rispetto alla base d’asta. Ora, secondo la legge, i vari sistemi sanitari regionali dovranno adeguarsi a questi prezzi, e se anche decideranno di agire per conto proprio (cioè con altri fornitori) non potranno allontanarsi da queste tariffe. «Da oggi, ad esempio – ha dichiarato Consip –, la siringa comune per iniezioni (siringa con ago con meccanismo di sicurezza) costerà, in tutta Italia, da 0,049 a 0,063 euro (a seconda delle dimensioni), con un ribasso del 70 per cento rispetto al prezzo base d’asta. In generale, i ribassi ottenuti per le diverse tipologie di prodotti messi a gara – ovvero le categorie di aghi e siringhe di uso comune che rappresentano comunque la fetta maggiore dei consumi da parte delle strutture sanitarie pubbliche – sono stati compresi fra il 35 e il 70 per cento». In generale, il tono del comunicato Consip è esultante, si parla di «risultato eccellente».

Quello che ci chiediamo, e come Avis abbiamo da tempo sollevato questa questione in varie sedi, è come sia possibile non essere arrivati prima a questo obiettivo. La questione del prezzo delle siringhe è da anni un ritornello celebre all’interno della sanità italiana, soprattutto per chi ha a cuore la limitazione degli sprechi. Non sono bastati i vari commissari straordinari per la spending review, o meglio, ce ne sono voluti vari prima che qualcosa si muovesse. Addirittura il primo a chiamarsi così risale al 2012 e al governo di Mario Monti, sembrano passati secoli.

Ci auguriamo inoltre che provvedimenti del genere siano presi anche per altri tipi di attrezzatura sanitaria e altri settori in cui opera la pubblica amministrazione, e che non si debbano aspettare ulteriori anni affinché si arrivi a un’uniformazione nazionale, giocata al ribasso ma senza intaccare i parametri qualitativi (i margini ci sono). Roberto Frigo, sul suo blog, va oltre e si interroga direttamente sulle responsabilità politiche che hanno portato a un provvedimento così tardivo: «È mancata e manca la volontà politica di attuare un’autentica revisione della spesa. Mancano il coraggio e la determinazione indispensabili per eliminare le zone d’ombra in cui svaniscono ingenti risorse pubbliche (e magari prospera il malaffare). Somme importanti che consentirebbero o di ridurre il debito dello stato o di stimolare l’economia in maniera sana, favorendo, ad esempio, la formazione e la produttività, fattori cruciali per riportare la crescita della nostra economia a livelli paragonabili a quelli delle altre nazioni più sviluppate».

Negli ultimi anni la revisione della spesa pubblica è stata un tema sul quale ha prevalso prima l’austerity, poi una strana miscela di operazioni apparentemente sconnesse finalizzate principalmente alla ricerca del consenso. Pochi sforzi, non abbastanza, per una razionalizzazione dei costi per lo Stato, talvolta mettendo in ulteriore difficoltà categorie già svantaggiate. Dunque ben vengano i prezzi uniformi su base nazionale per aghi e siringhe, ci duole solo doverlo annunciare ora, nel 2017, quando il problema era noto (e risolvibile) ben prima.

Fonte foto: flickr

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