di Federico Caruso

Da tempo la ricerca si interroga sugli effetti della prolungata esposizione a vari tipi di schermi a cui buona parte dell’umanità si è ormai abituata. Finora i risultati non hanno portato a prove di causalità tra questa tendenza e i problemi ipotizzati, che vanno dal benessere psicofisico alla possibilità di manipolazione (per esempio per fini elettorali o commerciali). Ma è anche vero il contrario: nessun esperimento o ricerca ha mai permesso di escludere del tutto che i rischi effettivamente ci siano. Uno dei problemi, sostiene un team di ricercatori dell’università di Stanford, è il metodo seguito fin qui per condurre le ricerche. Per questo, come spiegano su Nature i tre ricercatori a capo del team, c’è bisogno di un nuovo sistema di raccolta sistematica dei dati di navigazione, maggiormente in linea con la complessità e ricchezza del rapporto che le persone hanno con dispositivi digitali di ogni tipo. Hanno chiamato il progetto Human Screenome, con un gioco di parole che ricorda lo Human Genome (il genoma umano).

I limiti degli studi fatti finora

Uno dei problemi principali, sostengono i promotori del progetto, è il fatto che la maggior parte degli studi fatti finora sulla intensità e modalità di esposizione agli schermi da parte degli utenti si sono basati su autovalutazioni delle persone intervistate. Attraverso delle domande, i vari test chiedevano ai partecipanti di ricordare, per esempio, quanto tempo avevano passato davanti a “smartphone, televisione, social media, notizie di politica, media di intrattenimento, ecc.” il giorno precedente a quello della rilevazione. Si tratta, come si può immaginare, di una forma di raccolta dati molto povera, che non permette di ricostruire la complessità della situazione, e rischia di fornire un quadro molto distante dalle reali modalità di interazione. Si sta sui social media (quali?) per produrre contenuti o per guardare quelli di altri? Che pubblicità o annunci scorrono durante la navigazione? Si consultano le stesse cose su dispositivi diversi? Si interagisce con numerose sessioni di pochi secondi o con utilizzi più prolungati? Quanto è affidabile l’auto-valutazione del tempo speso davanti agli schermi?

La piattaforma Screenomics

I ricercatori hanno costruito una piattaforma che raccolga e trasmetta continuamente screenshot degli utenti, a intervalli di 5 secondi, ogni volta che un loro dispositivo viene acceso (ma il gruppo di ricerca sta lavorando affinché l’intervallo tra gli invii scenda a un secondo). Se l’utente usa gli stessi contenuti su più device, l’ordine degli screenshot viene messo in ordine cronologico. Come si può immaginare, se a partecipare al progetto fosse una grande quantità di persone, si potrebbero ottenere dati molto precisi e con un alto livello di granularità sull’utilizzo dei vari strumenti tecnologici. Questo approccio permetterebbe, da un lato, di superare il problema delle auto-valutazioni, e dall’altro avrebbe anche il vantaggio di portare alla raccolta di materiale direttamente da parte dell’istituto di ricerca, senza passare per intermediari. L’unica altra opzione offerta alla ricerca infatti, a volere evitare i questionari, è collaborare con aziende che fanno grande uso di raccolta dati per finalità commerciali (Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft), proponendo loro di collaborare offrendo parte delle loro informazioni. Dal punto di vista scientifico è però molto più interessante potere operare con dati raccolti direttamente, e inoltre nessuno obbligherebbe le suddette aziende a essere puntuali e complete nel fornire i dati, il che potrebbe portare a risultati non attendibili. Nell’articolo su Nature, come sul sito ufficiale del progetto, non vengono spiegati termini e modalità con cui questa azione sarà portata avanti. Di certo ci sono in ballo grosse questioni legate alla raccolta dei dati degli utenti, alla gestione del consenso informato, nonché alle implicazioni del tutto a livello di cybersecurity. Su questo ci si può aspettare che nei prossimi mesi arrivino ulteriori spiegazioni e approfondimenti.

(Foto di Coline Haslé su Unsplash)