Sembrava tutto pronto. Dopo tante task force, dopo “piani” ed elenchi di proposte, conferenze stampa e discorsi al Parlamento. Sembrava finalmente venuto il momento di cominciare a fare sul serio, di mettere in pratica gli interventi e le riforme necessari ad attutire la caduta e dare slancio alla ripresa. Ci aspettavamo la “fase 2” della politica, quella in cui si esce dal lockdown dei DPCM e delle misure emergenziali per cominciare a pensare a interventi strutturali, su cui fondare il futuro prossimo e quello più lontano. E invece arrivano gli “Stati generali”. Dovevano durare due o tre giorni, ne dureranno dieci. La sintesi più distaccata la fa il Post che, in coda a un articolo che descrive cosa sono e a cosa dovrebbero servire queste giornate di incontri, riporta che «L’evento è considerato da gran parte dei commentatori poco più di un’occasione di visibilità mediatica che produrrà scarsi risultati concreti, mentre quasi tutti ritengono che occorreranno ancora settimane perché il governo elabori e presenti i piani di investimento pubblico con cui intende far fronte alla recessione».

Prendersi la responsabilità

Secondo due giornalisti autorevoli del panorama italiano, Luciano Fontana (direttore del Corriere della Sera) ed Ezio Mauro (giornalista ed ex-direttore di Repubblica), dietro a questa bizzarra iniziativa potrebbero esserci due obiettivi secondari: da un lato evitare di prendersi la responsabilità delle decisioni, dall’altro cercare di costruire una qualche legittimazione politica attorno a un governo che, per costituzione, ne ha poca o nessuna (seppure i sondaggi riconoscono al presidente del Consiglio Giuseppe Conte un discreto consenso). «Credo che ogni governante minimamente interessato al destino del Paese sappia quali sono le priorità – scrive Fontana –: investimenti produttivi, tasse giuste ma pagate da tutti, interventi eccezionali per la ricerca e la sanità, innovazione tecnologica, innalzamento della qualità dell’istruzione e lotta dura alla burocrazia. Un piano che definisca le priorità ma soprattutto pronto a essere realizzato. Quello che ci manca non è la lista dei progetti: portarli a compimento in tempi ragionevoli è la vera sfida. […] Allora ci assale un dubbio: ma quelle scelte vogliono davvero farle? O per non scontentare qualcuno si butta la palla lontano, si annacqua tutto nella discussione, si conquista il proprio quarto d’ora di celebrità senza pagare mai il pegno di decisioni difficili?». Protrarre la discussione oltre il necessario vuol dire tradire la ragione d’essere stessa della politica. Vanno bene il dialogo, l’ascolto, la condivisione di idee e riflessioni. Ma poi bisogna agire. Altrimenti è come avere una squadra di calcio che si allena in continuazione, ma non partecipa al campionato.

Costruire legittimità

Secondo Mauro, il tentativo di Conte si spiega così: «Esplorare la società e i corpi intermedi per costruire fuori dal Palazzo quelle alleanze e quella convergenza di obiettivi che nel sistema politico paralizzato dalle sue debolezze non trova. Mascherato dall’umiltà “dell’ascolto”, è il tentativo di fondare una nuova legittimazione del potere, da spendere politicamente sul mercato interno e di fronte all’Europa, mostrando che ci sono binari e indirizzi seri e precisi per l’utilizzo delle risorse comunitarie, da non trasformare in mance, cambiali elettorali e cedole assistenziali, ma in lavoro, riforme, infrastrutture, innovazione e modernizzazione, per rendere il sistema competitivo nella partita mondiale del dopo-crisi». Ma l’Italia può permettersi questi dieci giorni di “vetrina” internazionale? E soprattutto, era necessaria? È chiaro che c’è un problema di legittimazione della leadership, ma è ancora tollerabile che il governo prenda tempo mentre il Paese aspetta misure urgenti (e rapide nella loro attuazione)? «Nessuna cultura politica, nessuna leadership conseguente, indirizza questo processo, quasi come se il governo a Villa Pamphili dovesse svolgere soltanto la parte educata del padrone di casa, e non avesse invece l’obbligo politico di presentare le alternative, di indicare le soluzioni, di prendere infine le decisioni. Paradossalmente questo limite è reso più evidente dalle tavole in cui il governo ha riassunto il “progetto di rilancio”, articolandolo con la digitalizzazione del Paese, la sostenibilità, la sicurezza delle infrastrutture, la competitività delle imprese, la formazione e la ricerca, l’inclusione e l’uguaglianza, la sburocratizzazione della macchina statale e la modernizzazione del sistema giudiziario. Da un lato, è quasi un impegno di ri-costituzionalizzazione dei nuovi diritti e delle nuove esigenze, da giocare con ogni evidenza dentro il Parlamento. Dall’altro lato sono tutti temi che, enunciati sulla carta per capitoli, non incontrano resistenze e opposizioni, anche senza passare dai giardini di Villa Pamphili».

(Foto di Fran Jacquier su Unsplash)