Di fondi, per affrontare le conseguenze della pandemia, ne sono stati stanziati molti finora. “Stanziare”, però, non significa spendere. Come hanno sperimentato molti lavoratori, imprenditori e famiglie nel corso degli ultimi mesi, dal momento in cui il governo dispone, per esempio, un aumento del debito pubblico per sostenere diverse categorie colpite, a quello in cui quei soldi vengono trasferiti, possono trascorrere mesi. Non è esattamente una novità per gli italiani. Siamo abituati al fatto che la realtà descritta dalla politica e dai media su un piano generale sia diversa dall’esperienza personale di ognuno. C’è chi riceve quanto promesso nei tempi previsti, e chi finisce in un limbo burocratico dal quale è difficile uscire. Ma al di là dei singoli casi, il fenomeno descritto è strutturale. E forse il racconto eccessivamente semplicistico e trionfale che se ne fa spesso sui giornali tende a esasperare la percezione di tale distanza tra gli annunci e l’esperienza soggettiva.

Il problema diventa particolarmente urgente nel corso di un’emergenza sanitaria come quella che stiamo attraversando. Ricevere un sostegno finanziario oggi o tra sei mesi può segnare il discrimine tra il proseguimento o la fine di un’impresa commerciale, sui cui destini poggiano le vite di intere famiglie. Un articolo pubblicato il 17 ottobre sul Mattino di Napoli metteva in fila una serie di cifre, ormai superate dall’attualità, ma comunque significative per capire il contesto: «di fronte ai 9,5 miliardi stanziati finora dal governo (come riportato sul sito del ministero del Tesoro) “per rafforzare in modo strutturale la rete ospedaliera e garantire la dotazione di personale, strumenti e mezzi al sistema sanitario”, l’impatto reale appare di gran lunga inferiore. All’appello mancherebbe soprattutto il potenziamento dell’assistenza territoriale, affidato alle Regioni, per il quale erano stati stanziati 1,2 miliardi di euro: si puntava soprattutto sulle Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale che avrebbero dovuto assistere i pazienti a casa (una ogni 50mila abitanti) ma al momento il loro numero sarebbe rimasto molto inferiore a quello previsto. Soldi non spesi, dunque, e medicina territoriale ancora in affanno, ma non solo per questo: anche i 2,5 miliardi destinati all’acquisto di guanti e camici per i medici di base o all’acquisto di vaccini antinfluenzali non risultano ancora utilizzati». Il problema è acuito dall’autonomia regionale che, talvolta, rallenta ulteriormente l’azione del governo centrale: «Conti alla mano, sono proprio le Regioni a doversi difendere: avrebbero usato finora soltanto un terzo della prima tranche dei fondi-sanità del governo, pari a circa 3,4 miliardi di euro, due dei quali destinati, appunto, al potenziamento delle strutture. Appena 734 milioni, euro più, euro meno, che in tempi di seconda ondata, di personale carente e di allarme ricoveri non è decisamente una buona notizia». Particolarmente condivisibile quest’ultima considerazione dell’autore dell’articolo: si sta parlando di fondi a supporto del settore sanitario durante una pandemia, lentezza e impreparazione non sono in alcun modo tollerabili.

Un articolo ben più recente di Antonio Polito per il Corriere, uscito il primo dicembre, mostra che la situazione non è migliorata: «Da quando la crisi è cominciata il governo si è fatto autorizzare dal Parlamento quattro scostamenti di bilancio per un totale di deficit aggiuntivo, con conseguente aumento dello stock del debito, ben superiore ai cento miliardi. Questi soldi presi in prestito sono stati stanziati per le cose più varie: cassa integrazione straordinaria, ristori, bonus, monopattini, bici, ristrutturazioni di case. Molte cose necessarie, altre meno, qualcuna per niente: la discrezionalità nell’utilizzo dei fondi è un bene prezioso per la politica, che sa usarla anche a fini di consenso. Ma noi sappiamo quanti di questi soldi sono stati davvero spesi? Ci sono stime, basate sulle sole voci rendicontate, secondo le quali più di un terzo di quella cifra potrebbe non essere stata effettivamente investita. Perché magari serve una commissione che non è stata insediata, o un decreto attuativo che non è stato fatto, o semplicemente perché la macchina amministrativa italiana ha perso la capacità di spendere. E in questo calderone, quanti soldi sono andati alla sanità? Il ministro Speranza ha dichiarato che sono stati stanziati 9,5 miliardi. Ma quanti effettivamente spesi? E se sono stati spesi, sono bastati?». Domande puntuali e urgenti, che meriterebbero una risposta altrettanto puntuale, e rapida, in nome della trasparenza e nel rispetto del patto di fiducia che dovrebbe legare chi si occupa della cosa pubblica ai cittadini che rappresenta.

(Foto di StellrWeb su Unsplash)

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