Da ieri la maggior parte delle regioni italiane sono tornate in “zona gialla”, e contestualmente sono state previste ulteriori riaperture che non si vedevano ormai da mesi: bar e ristoranti anche la sera (ma solo all’aperto), musei, cinema, teatri, sale da concerto, attività sportive outdoor, ecc. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha parlato di “rischio ragionato”, lasciando intendere che il governo è consapevole del fatto che la pandemia sia ancora pienamente in corso, nonostante il miglioramento dei dati delle ultime settimane. Attendere però di essere in una condizione di piena sicurezza per lasciare che alcune attività riprendano non è proponibile, vista la lentezza della campagna vaccinale. Ecco quindi la strategia del “rischio ragionato”. La domanda che ci poniamo è: come sarà interpretata dalle persone questa fase di riaperture? Riprenderemo a incontrarci con tutte le cautele necessarie o prevarrà la sensazione che sia arrivato l’agognato “liberi tutti”?

Quanto sia difficile e delicato fare arrivare il messaggio corretto alla popolazione è forse testimoniato da quanto accaduto in Sardegna, che in poche settimane è passata dall’essere l’unica regione in “zona bianca” a essere tra le poche rimaste in “zona rossa”. Sono molti i fattori da considerare per spiegare questo andamento, ma tra questi c’è sicuramente il fatto che non si siano rispettate certe precauzioni basilari, che avrebbero aumentato sensibilmente il grado di sicurezza di certe attività.

Come ha raccontato al Corriere della Sera Sergio Babudieri, direttore di malattie infettive dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Sassari: «“Il calo che ha consentito la zona bianca era conseguenza dei comportamenti virtuosi nelle vacanze di Natale. Dopo l’ondata di novembre, la gente ha avuto paura. Il mio reparto si è svuotato. Poi con la zona bianca, liberi tutti. Noi eravamo preoccupati e insieme con i colleghi volevamo fare una provocazione, andare in un bar con tute bianche e maschere, per ricordare: il pericolo non é passato. Lo avessimo fatto… Il 21 marzo 5 ricoveri in un giorno”. E poi arriva lo sfogo: “Non voglio insultare nessuno, ma come definire certi comportamenti: stupidità? Immaturità? Noi medici vediamo i malati morire soffocati, ma quando avvertiamo che non è prudente riaprire si grida al golpe dei camici bianchi”». Anche il presidente Christian Solinas – racconta il Post – ha spiegato il peggioramento con il calo di attenzione avvenuto durante le prime tre settimane di marzo. All’inizio di aprile Solinas ha detto che la Sardegna stava scontando le conseguenze della condotta durante la zona bianca. «Paghiamo una diffusione virale che ha camminato sulle gambe delle persone», ha detto Solinas. «Non dobbiamo nasconderci dietro un dito, alcuni atteggiamenti non sono stati responsabili».

Rischio ragionato e rischio percepito

Lo scrittore e fisico Paolo Giordano ha pubblicato un altro articolo molto lucido e chiaro (ne ha pubblicati vari dall’inizio della pandemia) sul Corriere della Sera. Ne riportiamo alcuni passaggi che offrono ulteriori spunti di riflessione: «Chi ha ragionato per il Paese pare esserne cosciente, ma ne siamo abbastanza coscienti noi? Siamo coscienti del fatto che da domani (l’articolo è uscito domenica 25 aprile, ndr), pur nel sollievo comprensibile, le circostanze diventeranno ogni giorno più pericolose e che il livello personale di allerta va da qui in avanti innalzato, contrariamente a quanto il contesto ci suggerisce? E abbiamo ancora in mente che questa è una malattia subdola anche per molti adulti non anziani, una malattia che comporta disagi a prescindere e può avere strascichi, complicazioni neurologiche, effetti a lungo termine che ancora non conosciamo? Il fatto è che, a livello individuale, sul rischio non si “ragiona” quasi mai, per lo più il rischio lo si “percepisce”. E nella percezione entrano in gioco una quantità di fattori irrazionali, bias cognitivi e analogie implicite e fuorvianti. Perfino una giornata di bel tempo ci suggerisce maggiore sicurezza laddove non c’è.

Fra le analogie la più pericolosa è senz’altro il senso di déjà-vu rispetto al maggio scorso, quando ci siamo riaffacciati al mondo dopo settimane. È stato l’inizio di una lunga parentesi tranquilla, durata fino all’autunno. Ora è facile che la nostra mente ci sussurri che sta per ripetersi. Ma il 18 maggio 2020 uscivamo di casa con un migliaio di nuovi positivi al giorno, non tredicimila; con meno di un centinaio di migliaia di positivi in totale, non mezzo milione. La circolazione virale era stata massicciamente abbattuta ovunque. Ora no. Eravamo molto suggestionati dal contagio, ora no. Con i numeri attuali, la situazione potrebbe deteriorarsi velocemente ancora una volta. Quello che ci porta indenni all’estate è purtroppo un passaggio stretto».

(Foto di Keegan Houser su Unsplash )

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