foto di Benedetto Conte

Siamo ancora freschi di consultazione popolare per i quattro referendum che si sono svolti a giugno, e di nuovo si parla di chiamare i cittadini alle urne. Stavolta la legge da abrogare (parzialmente) è quella sul sistema elettorale, il cosiddetto “Porcellum”. Come molti ricorderanno, l’attuale norma fu approvata nel 2005, a poche settimane dalle elezioni politiche, su volontà della maggioranza guidata da Silvio Berlusconi. A elaborare il testo, principalmente, fu Roberto Calderoli, che poco dopo fu il primo a definire il prodotto del suo lavoro «una porcata». Sostanzialmente, il nuovo testo riportava il sistema elettorale a un impianto di tipo proporzionale, dopo dodici anni di maggioritario (con correzione proporzionale). Dal 1993 era infatti in vigore il “Mattarellum” (dal nome del suo relatore, Sergio Mattarella), che metteva in atto la volontà popolare di un sistema maggioritario, espressa nello stesso anno attraverso un referendum abrogativo. Inutile il tentativo di indire un nuovo referendum tra il 2008 e il 2009: la consultazione non raggiunse il quorum.

Fin dalla sua approvazione, la legge Calderoli ha attirato su di sé numerose critiche, che negli anni non si sono spente. Tra i punti controversi del testo l’assegnazione di un premio di maggioranza molto cospicuo alla coalizione vincente (340 seggi alla Camera, cioè la maggioranza assoluta), e soprattutto il regime di liste bloccate con cui i partiti si presentano alle elezioni. Mattarella aveva cercato di andare verso un riavvicinamento tra cittadini e candidati, firmando (pur con i suoi difetti) una legge basata su collegi territoriali uninominali. Oggi chi vota può mettere una croce solo sul simbolo della lista, nomi e cognomi sono nelle mani delle segreterie di partito. La raccolta firme in corso, che terminerà il 30 settembre, potrebbe portare finalmente a una revisione della legge, che sarebbe un primo passo importante verso una normalizzazione della politica in Italia.

Fa riflettere il fatto che, come tre anni fa, l’atteggiamento dei partiti, di maggioranza e di opposizione, sia piuttosto freddo. Alcuni personaggi si sono apertamente schierati a favore, facendosi riprendere mentre apponevano la firma (Romano Prodi, Walter Veltroni, Arturo Parisi, il sindaco di Bologna Virginio Merola, il governatore della Toscana Enrico Rossi). Altri ancora stentano a dare il proprio avallo all’iniziativa, come il segretario del Pd Pierluigi Bersani, che invece punta a non coinvolgere i cittadini e a risolvere in Parlamento la questione. Ma, ci permettiamo di osservare, la politica ha dimostrato di essere sorda ai continui appelli della società civile che si sono susseguiti nel corso degli anni. Le elezioni politiche non sono così lontane, e dubitiamo che l’attuale maggioranza abbia intenzione di affrontare la questione, se non sotto una pressione forte. Come potrebbe essere quella del referendum. Oggi il clima è molto diverso rispetto al 2009, e il quorum raggiunto a giugno dimostra che la gente non è più disposta a lasciar correre. Certo, spendere altri 350 milioni di euro per esprimere un parere già esplicitato nel 1993 è un delitto, soprattutto di questi tempi. Ma, visto che dall’alto non sembrano arrivare segni di responsabilità, meglio dimostrare ancora una volta che ci siamo.

Aggiornamento: la raccolta firme avviene all’interno di tutti i Comuni nell’ufficio Anagrafe. Su questa pagina un elenco di indirizzi e orari delle principali città. In giro per le piazze ci sono poi gazebo allestiti dai promotori del referendum. Tra questi l’Italia dei Valori, che pubblica sul suo sito la mappa della raccolta.

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