Ultimamente si parla molto di autonomia regionale, sia a causa di ciò che sta accadendo a livello europeo (ci riferiamo alla vicenda della Catalogna), sia a seguito della risonanza e del successo (soprattutto per una delle due regioni) dei referendum che si sono tenuti in Lombardia e Veneto. Sarebbe però interessante, e forse più utile, spostare il focus della discussione dalla questione dell’autonomia a quella di un possibile riordino delle regioni italiane. È una questione di cui si parla poco, anche perché sicuramente ha meno appeal sull’elettorato.

Parole come “autonomia” e “indipendenza” evocano condizioni di emancipazione e autodeterminazione che, soprattutto in territori molto ricchi, generalmente accendono gli animi degli abitanti. La parola “riordino” (o anche sinonimi come “ridisegno”, “razionalizzazione”) non può proprio competere, ammantata com’è di un’aura burocratica e “tecnica”. È l’immagine epica del popolo che si riprende il potere da uno Stato centrale pesante e parassitario, contrapposta alla grigia figura del contabile che cerca di far quadrare i conti, livellando le divergenze e senza sacrificare nessuno. Il punto è che al di là degli slogan e della retorica, spesso la politica è una cosa più simile alla seconda immagine, ed è difficile proporre alle persone come allettante un’ipotetica “gallina domani”, quando di fianco c’è qualcuno che dice di avere (ma senza mostrarlo) un gustoso “uovo oggi”. È un discorso che oggi applichiamo alla questione delle regioni, ma che vale più in generale per tante questioni aperte in Italia: dalla ricerca alla gestione del patrimonio culturale, dalle riforme del lavoro a quelle della scuola. Ma torniamo a noi.

Essendo vissuta come questione meramente tecnica se ne sa poco ma, come spiega l’economista Vittorio Ferri su Lavoce.info, negli ultimi anni c’è stata una certa vivacità nelle proposte presentate in Parlamento per ridisegnare i confini amministrativi delle regioni italiane. «Nella XVII legislatura sono state depositate numerose proposte di legge di delimitazione di singole regioni. Ci sono poi i progetti di riordino complessivo: Stefano Caldoro e Sergio Chiamparino, rispettivamente ex presidente della Campania e attuale presidente del Piemonte, propongono 5 macroregioni; il presidente del Consiglio regionale della Lombardia Raffaele Cattaneo indica tre ipotesi: 3 macroregioni; 9 regioni comprendenti regioni a statuto ordinario e speciale; 15 regioni, 10 a statuto ordinario e 5 a statuto speciale; Gian Luca Galletti, con il sostegno del presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, prospetta la creazione di 4 macro regioni, senza modifiche per le regioni a statuto speciale; Roberto Morassut e Raffaele Ranucci auspicano la creazione di nove macro regioni, la soppressione della Regione Lazio, l’attribuzione alla provincia di Roma dello status di regione, mentre Trentino Alto Adige, Sardegna, Sicilia e Lombardia restano invariate».

In Italia ci sono regioni la cui popolazione non raggiunge quella di città di medie dimensioni: «Due regioni – Valle D’Aosta e Molise, una a statuto speciale e l’altra a statuto ordinario – hanno rispettivamente 130mila e 320mila abitanti». Altre invece sono comunque superate dalla popolazione delle città più grandi: «Umbria e Basilicata non arrivano al milione, quindi un dato inferiore alla popolazione di molti comuni capoluogo, nonché a numerose province. Altre sette regioni (Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Marche, Liguria, Sardegna e Calabria) non raggiungono i due milioni di abitanti, ampiamente superati dal comune di Roma». È dunque lecito chiedersi se la priorità sia effettivamente una maggiore autonomia legislativa – già fortemente ampliata dalla riforma del titolo V della Costituzione del 2001 – oppure un’operazione di razionalizzazione che si ponga all’orizzonte un obiettivo fondamentale: il contenimento della spesa pubblica.

Non sta a noi dire quale tra le proposte presentate sia la migliore, la materia prevede un’ampia discrezionalità e si possono formulare diverse soluzioni. «Nel 2014 è stata istituita la commissione Lanzetta (dal nome dell’ex ministro per gli Affari regionali) con il compito di valutare la fattibilità delle modifiche da apportare all’assetto attuale. Composta in prevalenza da giuristi, non ha raggiunto conclusioni univoche e ha avanzato due proposte generali. La prima indica la necessità di forme di coordinamento operativo e gestionale fra le regioni. La seconda riguarda i meccanismi costituzionali di riduzione del numero delle regioni e della modifica dei confini territoriali». A tre anni dall’istituzione della commissione (l’ennesima), forse si può dire che è un po’ poco come risultato.

Il confronto con quanto fatto in Francia, che pure viene da una stagione politica non particolarmente di successo, fa impallidire. In meno di un anno, nel 2015, si è decisa la riduzione delle regioni da 22 a 13. Sette nuove regioni sono state create, sei sono rimaste invariate. Non è detto che sia la riforma migliore della storia francese, e il fatto che garantisca effettivamente la riduzione della spesa pubblica è tutto da dimostrare. Però lassù sono riusciti ad approvare (e attuare) un piano di riforma in meno di un anno: perché qui da noi siamo continuamente condannati a rimandare ogni decisione?