Le donne con disabilità, quando subiscono violenze, sono discriminate due volte: in quanto donne e in quanto disabili. La Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish) ha promosso una ricerca per conoscere meglio questo fenomeno. Dai dati emerge una situazione difficile e preoccupante, fatta di violenze fisiche e psicologiche e di difficoltà nel riconoscere e denunciare la molestia subita.

La ricerca

Il titolo della ricerca ha come acronimo VERA, (Violence Emergence, Recognition and Awareness) ed è stata condotta con l’associazione Differenza Donna. Come si legge nel report finale, si tratta di un’indagine che non ha rilevanza statistica a livello nazionale, perché il campione si è auto-selezionato compilando un questionario online. Come si può notare scorrendo la composizione del campione, le donne che hanno risposto hanno per esempio una formazione superiore alla media, e la loro distribuzione sul territorio non rispecchia quella reale. «Per tale ragione – spiegano gli autori – i risultati della rilevazione saranno attribuiti alle sole donne rispondenti, senza pretesa di inferenza sul resto della popolazione, ma al contempo essi costituiscono una importante base di riflessione per approfondire il tema della violenza sulle donne con disabilità, finora ancora troppo poco indagato».

Violenza reale e violenza percepita

Come si diceva, c’è un problema di percezione della violenza subita. I ricercatori hanno posto la domanda in modi diversi, con una formulazione più o meno esplicita, e le risposte sono cambiate di conseguenza. «Tra le 519 donne intervistate quelle che dichiarano di aver subito una qualche forma di violenza da parte del partner attuale o di un ex, di un familiare, di un conoscente, di uno sconosciuto o di un operatore sono 171 su 519, pari al 33 per cento del totale. Tuttavia, se consideriamo le domande inerenti le singole forme di violenza, quali la violenza psicologica – l’umiliazione, l’insulto, l’isolamento, il ricatto – le molestie sessuali, o la violenza economica, vediamo che a rispondere affermativamente, quindi a dichiarare di averla subita, sono 339 donne, pari al 65,3 per cento del totale. Ciò ad indicare che molto spesso le donne stesse faticano a riconoscere e definire come “violenza” un atto che le danneggia, se non è di natura strettamente fisica o sessuale».

Gli altri dati della ricerca

Gli altri dati rilevanti emersi dalla ricerca sono sintetizzati una nota pubblicata sul sito della Fish. «La forma di violenza più ricorrente è quella psicologica, subita dal 54 per cento delle donne; segue la molestia sessuale – che include anche le violenze a sfondo sessuale che si verificano attraverso il web (37 per cento); la violenza fisica (24 per cento) e la violenza economica (7 per cento). La violenza è perpetrata prevalentemente da persone note alla vittima (80 per cento dei casi). Nel 51 per cento dei casi si tratta di una persona affettivamente vicina, ossia il partner, attuale o passato, o un altro familiare; nel 21 per cento si tratta di un conoscente e nell’8 per cento di un operatore. Fra le intervistate, dichiarano di aver subito almeno una forma di violenza l’82 per cento delle donne con una limitazione cognitiva/intellettiva e l’85 per cento di quelle con una disabilità psichiatrica. Le donne con una disabilità plurima hanno subito violenza nel 74 per cento dei  casi, rispetto al 64 per cento registrato tra quelle con un solo tipo di limitazione. Solo il 37 per cento delle donne che dichiarano di aver subito una qualche forma di violenza tra quelle indicate afferma di aver reagito. Fra queste una quota più residuale di donne ha deciso di confidarsi, in cerca di aiuto, con la propria rete di familiari e amici (6,5 per cento) o si è rivolta al servizio competente, ossia ad un Centro antiviolenza (5,6 per cento). E quest’ultimo dato è assai significativo: ci rivela quanto la violenza sia confinata nel silenzio e nell’isolamento e quanto siano urgenti strategie e interventi di soccorso e sostegno alle persone. Con l’impegno di tutti».

(Foto di Franck V. su Unsplash)