La riforma del terzo settore era stata messa da subito in cima alle priorità del governo, subito dopo il giuramento di due anni fa. Carlo Mazzini fa notare come a (oltre) 600 giorni dalla prima approvazione del testo, sia successo poco o nulla (il 3 marzo sono stati approvati in Commissione quattro articoli, ma il discorso non cambia). Riproponiamo la sua analisi pubblicata sul blog Quinonprofit.it.

600 giorni: seicento giorni.

Al 1° marzo, i giorni che ci separano dalla data della approvazione in Consiglio dei ministri del testo di Riforma del Terzo Settore sono saliti a 600.

È un periodo lungo? Non saprei ma, giusto per dare un’idea, stiamo sforando il periodo di gestazione dell’elefante africano e abbiamo raddoppiato il tempo di gestazione delle balene. Quindi, nello stesso periodo, una balena ha potuto sfornare uno dietro l’altro due cuccioli.

I nostri eroi, invece, generano mostri. Il mostro che era uscito dalla riunione del Consiglio dei Ministri è diventato obbrobrio attraverso il restyling della Camera, per arrivare a orco inguardabile al Senato, dove è attualmente in fase di lavorazione.

Ma a che punto è arrivata la discussione, l’iter? Siamo al Senato, come detto, alla I Commissione presieduta dalla Senatrice Finocchiaro, e relatore della legge è stato scelto il senatore Lepri che non fa parte della I commissione, così anche per far capire quale competenza magistrale devono avere i nostri senatori della Commissione sulla materia se non ne è stato trovato uno che sapesse condurre le danze!

Il ddl è al Senato da 308 giorni, e qui, giusto per tornare alla natura, una mamma gorilla avrebbe concepito e partorito un piccolo iniziando il periodo di svezzamento.

Alla I commissione ci stanno pensando davvero tanto, hanno presentato molti emendamenti, sub-emendamenti, correzioni ai propri emendamenti; in quest’ultima pratica (riformulazione dei propri emendamenti) il senatore Lepri è un vero campione, nel senso che continua ad autocorreggere i propri emendamenti, ma io ho capito il perché. È una chiara tecnica Sioux, per cancellare le “orme” e far perdere gli inseguitori (gli altri senatori che non sanno più a quale testo fare gli emendamenti). Tanto è vero che ho provato a reinserire i 66 emendamenti di Lepri (alcuni correttivi dei propri precedenti emendamenti) all’interno del testo uscito dalla Camera e, indovinate un po’?, i testi non collimano. Lepri avrebbe – secondo la mia ricostruzione – modificato alcuni commi e successivamente avrebbe aggiunto delle parole alla vecchia versione (da lui stessa precedentemente emendata).

Il quadro pertanto non è tutto rosa e fiori come affermano i politici amici del non profit. Certo, il testo è partito male, ha avuto alcune correzioni migliorative grazie alla deputata Lenzi e ora anche il senatore Lepri ha fatto uno sforzo – al netto dei pasticci – notevole.

Sul suo sito, a metà di febbraio, ha pubblicato un interessante post nel quale dice che la fiscalità del non profit è davvero complicata (e qui il senatore acquisisce il “premio GAC” ad honorem) e propone pertanto uno schema concettuale per risolvere questo nodo gordiano. Vi riporto il link sia della pagina del post che dello schema (è in word). Vi chiederete che cosa cambierebbe se passasse questa ipotesi. Io vi dico che

a. è un timido passo in avanti

b. è estremamente positivo che Lepri abbia messo in schema quello che ritiene possa essere il profilo fiscale degli enti del terzo settore; significa che uno schema mentale ce l’ha, anche se lo corregge ogni colazione e merenda;

c. l’impianto dovrebbe superare l’attuale sistema che vieta a Onlus e volontariato di realizzare attività diverse da quelle riportate nelle loro leggi (e questo è davvero la grande e ottima novità)

d. si parla di Ires, Iva (banalizza dicendo che si armonizza, e che vuoi farci? è norma europea!), imposte sugli immobili (parte dalle esigenze del suo elettorato cattodem “scuole ecc” per comunque andare a migliorare una situazione disastrosa, vedi Dm 200/12)

e. e poi basta! Quello che mi sorprende è che Lepri da osservatore attento non abbia capito che non basta scrivere “semplificheremo”; dovrebbe conoscere gli ambienti ministeriali refrattari a qualsiasi cambiamento. Deve inserire le norme e gli argomenti precisi precisi. Avrebbero dovuto farlo il Governo, la Lenzi e ora Lepri.

Ditemi perché mai bisogna andare a caccia delle mosche e delle farfalle e non far capire di che fisco moriremo domani?

Perché mai avete riformulato decine di volte all’art. 1, c. 1 di definizione di ambito della delega (segnale di una confusione mentale notevole) e non dite dove volete andare ad incidere direttamente?