Uno dei problemi che le società moderne non sembrano riuscire a risolvere è quello degli homeless, i senza fissa dimora. Nonostante il continuo miglioramento (seppure non uniforme e con grandi squilibri territoriali) delle condizioni di vita nei paesi sviluppati, non è infrequente imbattersi in persone che vivono per strada. A pensarci sembra incredibile che non si trovino risorse per dare accoglienza e assistenza minime a tutti coloro che ne hanno bisogno.

Un letto per dormire in un posto riscaldato, un pasto caldo, qualcosa da bere, sembrano obiettivi alla portata, se è vero che gli homeless, almeno in Italia, sono circa 50mila, secondo la più recente rilevazione Istat, del 2014. Di questi, circa 7.500 si trovano a Roma, anche se «Altre proiezioni su dati della Sala Operativa Sociale di Roma Capitale stimano che i senza dimora a Roma siano tra le 14.000 e le 16.000 persone», scrive Caritas in un suo rapporto del 2017. Secondo la stessa ricerca, dei senza fissa dimora italiani, il 45 per cento sono italiani, il 33,5 per cento ha un diploma di scuola media superiore, oltre il 34 per cento vive in strada da più di 4 anni. Si può dire dunque che non si tratta di poveri assoluti, bensì di persone che erano inserite nella società, e a un certo punto della loro vita sono uscite dai “binari” su cui viaggiavano, senza più riuscire a tornare indietro.

Guardando i numeri che riporta Wikipedia sul numero di homeless per paese, si vede che quelli italiani costituiscono lo 0,08 per cento della popolazione nazionale. Un dato simile a quello della Spagna, che ci pone in una situazione meno grave rispetto a paesi come la Francia (dove sono 141.500, lo 0,21 per cento della popolazione). Nelle grandi città, quando arriva il freddo, si mettono in atto misure d’emergenza per aumentare il numero di posti letto. Talvolta, come a Roma, si tratta di interventi che sanno di improvvisazione e assenza di pianificazione. Il “piano gelo” previsto dall’amministrazione della capitale prevede la possibilità di ospitare «100 persone tra Stazione Tiburtina, Stazione Termini e casa di riposo in Via Ventura. Vengono inoltre aperte le stazioni metro di Piramide e Flaminio. Nel complesso sono quindi utilizzabili ogni giorno 1.661 posti».

Sembrerebbe che spesso molti dei posti aggiuntivi messi a disposizione resti inutilizzato. Il perché lo si può intuire leggendo il bel reportage di Giuseppe Rizzo per Internazionale. Il giornalista si è mischiato tra la popolazione degli homeless in cerca di un letto alla stazione Termini, scoprendo un mondo fatto di sporcizia, tensione, prepotenza e miseria. Dei quaranta posti disponibili, solo una trentina vengono occupati. La situazione è da ghetto: «Le transenne – d’acciaio, alte un paio di metri e coperte con della tela bianca – sono messe in modo da dividere lo spazio in due. Uno porta alle scale verso i treni, un altro è riservato ai senza dimora. La tela serve a nascondere i secondi ai primi, ma è un’operazione fallimentare, visto che ci sono delle porte finestre a tutta parete che affacciano sul marciapiede di via Giolitti». Soluzioni del genere, per quanto provvisorie ed emergenziali (che si vanno ad aggiungere ad altri interventi che invece funzionano), fanno capire quanto grande sia l’equivoco che porta a sminuire il concetto di accoglienza fino a tradirne gli elementi essenziali.

Credere che affrontare il problema equivalga al famigerato “tetto sopra la testa”, inteso in senso letterale, vuol dire non cogliere (o negare) la complessità del problema. Vuol dire, scrive Rizzo, «allontanare da sé l’idea che come tutte le altre persone [gli homeless] abbiano una volontà, delle fragilità e delle paure che per esempio gli impediscono di dormire con altre decine di persone in posti sporchi, esposti allo sguardo degli altri e attraversati dalla violenza». Edilizia popolare, affitti sociali, sfratti, sono argomenti e problemi che raramente finiscono al centro dell’agenda politica. Eppure sono temi sempre caldi, soprattutto durante questo gelido inverno.

 

(Foto di Matt Collamer su Unsplash)