«Sono passati quattro anni dalla rivolta dei lavoratori di Rosarno, ma poco o nulla è cambiato». Vi invitiamo a fare una ricerca su Google e contare quanti articoli sulla vicenda degli stagionali immigrati del Sud Italia iniziano con parole simili. Resterete sorpresi, oppure no, dipende da quanto siete abituati alle dinamiche del nostro Paese. A poco sono valse le iniziative annunciate, la volontà affermata da più parti di mettere fine allo sfruttamento e garantire che il lavoro nei campi si svolga in condizioni dignitose e nel rispetto della legalità. Si muore ancora, ed è accaduto qualche giorno fa, a fine novembre, proprio a Rosarno, quando è morto Man Addia, liberiano di 31 anni. È morto per un malore «nell’auto dove si era dovuto adattare -scrive Avvenire– , perché ormai non c’è più posto nella tendopoli di San Ferdinando, l’unica struttura per gli immigrati, assieme al piccolo villaggio di container di Rosarno. In tutto appena 600 posti (500 più 100). Pochi, pochissimi, a fronte delle migliaia di immigrati presenti per la raccolta di arance e clementine. Attorno alla tendopoli stanno sorgendo tante baracche, mentre nelle campagne vivono gli “invisibili”. E il grosso deve ancora arrivare. Mentre il Centro di accoglienza in costruzione a Rosarno su un terreno confiscato alla ’ndrangheta è bloccato perché una delle imprese è stata raggiunta da un’interdittiva antimafia».

Doveva cambiare tutto dopo la rivolta, ma come quasi sempre accade, dopo un po’ le telecamere se ne vanno, i politici le seguono, e le promesse di dissolvono in nulla. Un paio di settimane prima di questo tragico episodio Sergio Cofferati (ve lo ricordate?) scriveva su Left che finalmente è stato raggiunto un accordo con l’Europa, che ha finalmente deciso di non lasciarci più soli nel combattere il fenomeno: «Nonostante l’iniziale decisa ostilità da parte dei governi, il Parlamento Ue è riuscito a inserire il principio fondamentale della parità di trattamento: i lavoratori stagionali immigrati dovranno infatti avere diritto allo stesso trattamento dei cittadini dello Stato membro ospitante per quanto riguarda, tra le altre cose, le condizioni di lavoro, i diritti sindacali, la copertura della sicurezza sociale durante il soggiorno e la portabilità dei diritti acquisiti, l’istruzione e la formazione professionale. È stato inoltre affermata la necessità che i lavoratori stagionali abbiano un alloggio adeguato, che garantisca loro condizioni di vita dignitose. Sono state previste infine sanzioni efficaci e dissuasive per punire le eventuali violazioni, unite all’obbligo per gli Stati membri di controllare le imprese affinché venga assicurato il rispetto dei diritti dei lavoratori stagionali».

Al momento tale decisione resta lettera morta, non dimentichiamo che proprio a ridosso del caso di Rosarno, il giorno dopo a Prato morivano sette lavoratori tenuti in condizioni di sicurezza inadeguate e in deroga alla legge italiana sul lavoro. La direttiva europea sottolinea l’ovvio: che tutti debbano essere trattati allo stesso modo davanti alla legge (inquieta quella «iniziale decisa ostilità da parte dei governi»). Bene, quando un impegno concreto per assicurare la giustizia?

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