Ieri è stato assegnato il premio Nobel per la Medicina o la Fisiologia. L’hanno vinto Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young, per i loro studi sul modo in cui gli organismi (piante, esseri umani e altri animali) si adattano ai ritmi circadiani, cioè l’alternanza del dì e della notte. L’occasione è buona per parlare di informazione scientifica, e del ruolo che la ricerca ha nel modo in cui le persone si informano. A inizio settembre, la rivista di geopolitica Third World Quarterly ha pubblicato un articolo dal titolo “The case for colonialism”, cioè “In difesa del colonialismo”. Come spiega il Post, il pezzo ha suscitato un grande dibattito, per il modo (per nulla rigoroso) in cui è stato condotto e per la finalità con cui è stato pubblicato.

Siccome i ricercatori e gli istituti di ricerca guadagnano in autorevolezza se un loro articolo è citato molte volte, il risultato è che anche il mondo scientifico, in una certa misura, si sta spostando verso una pratica già nota in ambito giornalistico, il clickbaiting. A contare infatti sono solo le menzioni, indipendentemente dal fatto che si tratti di elogi, precisazioni o critiche aperte. Il caro vecchio principio del marketing, “bene o male, purché se ne parli”, sembra valere anche per la scienza. L’articolo in questione è stato chiaramente creato al solo fine di generare una discussione, affinché fosse ripreso e citato, seppure per essere “smontato”. In questo modo non si agisce certo nell’interesse della comunità scientifica, anzi, si rischia di dare preziosi argomenti (per quanto confutabili e confutati) a pericolosi personaggi che nel mondo inneggiano al neocolonialismo per ragioni di opportunità politica. «All’origine del problema – spiega il Post – per quanto riguarda il mondo accademico c’è il fatto che negli ultimi decenni le università sono sempre più state spinte a comportarsi come delle aziende: per trovare fondi per gli studi, gli studi devono produrre risultati che portano profitto. Per questa ragione, scrivono Roelofs e Gallien (due politologi della London School of Economics, ndr), i ricercatori sono diventati come lavoratori di call-center: devono riuscire a vendere le proprie ricerche, pubblicandole, per ricevere finanziamenti».

Proprio come in altri ambiti, il risultato è che molti ricercatori si impegnano in ricerche costose e inutili, pur di affrontare temi che interessano a molte persone, nella speranza che le loro conclusioni (“il cioccolato fa dimagrire”, “i pomodori rallentano l’invecchiamento”, ecc.) siano riprese il più possibile. La conseguenza è che altri ricercatori dovranno investire tempo e denaro per condurre studi simili, al fine di confutare o confermare tali conclusioni. Poi però, in caso di confutazione, i loro risultati difficilmente otterranno la stessa risonanza degli studi precedenti. Vince chi dice qualcosa di nuovo, indipendentemente dal fatto che sia vero o no.

Un altro problema, sollevato dal chimico Dario Bressanini sul suo canale YouTube, è quello dell’autorevolezza della fonte in ambito scientifico. «Nella scienza non ci si fida di medici o scienziati, non importa quanto autorevoli. Bisogna sempre valutare i fatti e i ragionamenti», dice Bressanini nel video. È piuttosto comune la pratica giornalistica di dare voce all’esperto di turno, suggerendo che siccome si tratta di una voce autorevole del mondo scientifico allora bisogna credergli (poi spesso il pubblico non sa se quella persona è davvero autorevole nel suo ambito, ma è il fatto di essere intervistato, magari mentre indossa un camice, a dargli un’aura di autorevolezza). «Il principio di autorità nella scienza non è valido – continua Bressanini –. “L’ha detto un premio Nobel” non è garanzia di affidabilità». Il chimico fa poi esempi specifici di premi Nobel che, dall’alto della loro autorevolezza, hanno detto delle fesserie colossali. James Watson, premio Nobel per la Medicina nel 1962 assieme a Francis Crick per aver scoperto la struttura del Dna, ha in seguito affermato: «Sono pessimista riguardo alle prospettive dell’Africa, perché le nostre politiche sociali sono basate sul fatto che la loro intelligenza sia uguale alla nostra. Mentre tutti i test ci dicono che non è così». Altro esempio, Kary Mullis, Nobel per la Chimica nel 1993, nega che ci sia un legame tra Hiv e Aids, ed è scettico sulle cause del riscaldamento globale e l’allargamento del buco dell’ozono.

Dobbiamo dare loro credito solo perché sono premi Nobel? Certo che no: in ambito scientifico è molto più importante ciò su cui la comunità degli scienziati è d’accordo (sulla base di ricerche, esperimenti e meta-analisi sulle ricerche), piuttosto che l’opinione del singolo. Un problema ben evidenziato dal comico americano John Oliver, che in una puntata del suo programma Last Week Tonight cita il fatto che il 97,1 per cento delle ricerche sul riscaldamento globale sono concordi sul fatto che il fattore umano abbia un ruolo decisivo. Eppure, nei dibattiti e talk show si invitano sempre due voci contrapposte, riportando il rapporto a 50-50 e dando l’idea che la comunità scientifica sia in qualche modo divisa. Oliver prova poi a dare vita a un improbabile dibattito che riproduca le reali proporzioni, invitando tre scienziati negazionisti e 97 in accordo con le ricerche, con risultati prevedibilmente comici.

Foto di Drew Hays da Unsplash