Per far partecipare a progetti di servizio civile 3mila persone titolari di protezione umanitaria e internazionale, erano stati stanziati un anno fa 18 milioni di fondi europei. Al bando 2018 (per cui le selezioni sono terminate da qualche settimana) sono stati presentati progetti che coinvolgeranno 192 rifugiati (120 in progetti nazionali e 72 in progetti regionali). Per il 2019, però, i fondi non sono stati confermati. Le risorse non spese quest’anno non saranno dunque reinvestite l’anno prossimo, né saranno integrate da ulteriori finanziamenti. È la decisione presa dal governo, che così mette fine alla possibilità di garantire un percorso di integrazione e impegno a tanti giovani che avevano completato il proprio cammino nel circuito di accoglienza Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Difficile giustificare la scelta con mere ragioni economiche.

Come detto, si trattava di un progetto finanziato con un fondo comunitario, il Fami, che quindi non aveva ricadute sui conti dello Stato, né su quelli dei contribuenti. Al contrario, quando si usano fondi europei bisogna pensare che li si sta facendo “tornare”, più che arrivare, visto che comunque l’Unione europea è finanziata principalmente dai suoi cittadini. Ogni euro di fondi comunitari che resta inutilizzato è sempre sprecato e mai risparmiato.

Per quanto il nostro punto di vista sulla politica cerchi di essere sempre obiettivo e imparziale, è difficile non vedere una scelta politica alla base della decisione di non rifinanziare questo progetto. Del resto è una scelta coerente con i contenuti del cosiddetto “decreto Salvini” sui migranti, che tra le altre cose mira proprio a depotenziare il sistema Sprar: «Col decreto Salvini potrà accedere agli SPRAR solo chi ottiene una protezione internazionale, e non chi è in attesa di una risposta: quindi, verosimilmente, persone che hanno già vissuto in Italia per due-tre anni senza che nel frattempo abbiano seguito un adeguato percorso di integrazione (i centri di accoglienza normali e straordinari non sono obbligati a garantirli). In sostanza, lo SPRAR diventerà un sistema rivolto a poche persone e poco utile per fare integrazione».

Una ricerca sul triennio 2014-2016 mostra che sono molti gli stranieri residenti in Italia ad avere fatto richiesta di accesso al servizio civile, da quando è possibile anche per loro partecipare ai bandi: «Tra tutte le domande presentate dai cittadini stranieri per progetti svolti sul territorio nazionale, di carattere regionale o nazionale, quelli che hanno potuto effettivamente partecipare al bando sono stati 610 nel 2014, 2.583 nel 2015 e 3.247 nel 2016. L’incremento delle domande appare molto accentuato e pari al 532 per cento in soli tre anni di ammissione al Servizio Civile dei cittadini stranieri». Si tratta dunque di uno strumento che ha un impatto forte sulla possibilità di inclusione degli stranieri che vivono nel nostro paese, che però smetterà di essere un’opzione per i pochi che avranno ancora accesso al sistema Sprar dopo il decreto menzionato. «Per noi è stata una sorpresa – ha raccontato su Avvenire Licio Palazzini, presidente di Arci Servizio civile e membro della Consulta – perché finora i residui venivano sempre inseriti nel bilancio dell’anno successivo. Un peccato, perché il servizio civile era stato giustamente individuato come strumento adatto per un lavoro educativo e di integrazione dei giovani rifugiati».

Come scrive Vita, in generale il futuro del servizio civile «sembra essere certo – non ci sono in tal senso né tagli né viene citato nella discussione governativa inerente Legge di stabilità – ma senza lo slancio necessario se non verranno aumentati i fondi già esistenti: con i 152 milioni di Euro messi a bilancio per il 2019 dal precedente governo, infatti, la capienza complessiva non arriverà a 20mila posti, e come spiega lo stesso Palazzini dopo avere incontrato a inizio agosto 2018 il nuovo sottosegretario Vincenzo Spadafora “per arrivare a 50mila partenze bisogna stanziare almeno 300 milioni di euro”. Di recente il governo ha annunciato un “aumento del fondo”; ma senza specificare quando e di quanto».

(Foto di Rino Platania su flickr)