Si discute spesso del problema degli “italiani che non fanno figli”, e del fatto che da molti anni l’Italia abbia un saldo negativo nel rapporto tra nascite e decessi. Nel dibattito politico, in realtà, il problema non viene mai affrontato in maniera diretta. Le campagne elettorali dei principali partiti si sono concentrate su altri temi, nominando solo episodicamente il tema demografico. Scorrendo il testo del “contratto di governo” su cui si regge l’attuale esecutivo, al punto 17, “Politiche per la famiglia”, i partiti firmatari si esprimono così: «Occorre introdurre politiche efficaci per la famiglia, per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro, anche attraverso servizi e sostegni reddituali adeguati. Inoltre, è necessario prevedere: l’innalzamento dell’indennità di maternità, un premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro e sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli. Occorre introdurre agevolazioni alle famiglie attraverso: rimborsi per asili nido e baby sitter, fiscalità di vantaggio, tra cui “IVA a zero” per prodotti neonatali e per l’infanzia».

Il Ministero per la famiglia e le disabilità ha presentato in questi giorni a quello dell’Economia un suo “pacchetto” di proposte che includono anche misure “per il rilancio della natalità e il sostegno della genitorialità”. Da qui alla fine dell’anno, quando si dovrà varare la legge di bilancio, sapremo quali proposte troveranno un finanziamento. Su Neodemos, alla fine di settembre, sono usciti due interventi di Gianpiero Dalla Zuanna, in cui il demografo riflette sulla complessità della materia e sui problemi che stanno impedendo alla politica italiana di essere efficace nell’invertire la tendenza al progressivo invecchiamento della popolazione. Prima di continuare, teniamo a chiarire che riportiamo le considerazioni di Dalla Zuanna in quanto accademico, a prescindere dal suo percorso politico e dalle sue prese di posizione su altri temi estranei all’argomento specifico di questo articolo.

Uno degli aspetti più interessanti della questione è la difficoltà nel prevedere quali saranno gli effetti delle misure avviate per favorire la natalità. Posto che è già complesso stabilire quali siano i risultati ideali per questo tipo di politiche, resta il fatto che, una volta erogati i contributi o i servizi, non è detto che le famiglie ne usufruiscano nel modo in cui il decisore si aspettava: «Spesso è molto difficile prevedere il legame reale fra politiche e comportamenti demografici. Questo accade specialmente quando questo problema si sovrappone a quello precedente, ossia quando l’oggettiva complessità dei meccanismi comportamentali si intreccia con il desiderio di agire in base a principi assoluti, piuttosto che seguendo l’etica della responsabilità, ossia senza ragionare bene sulle conseguenze delle proprie scelte». Altrove Dalla Zuanna entra nello specifico del caso italiano: «Vanno innanzitutto corrette le storture del sistema di aiuti alle coppie con figli: oggi in Italia Robin Hood agisce alla rovescia, perché gli assegni familiari vengono erogati quasi esclusivamente ai genitori con lavoro dipendente, e le detrazioni per i figli a carico solo a chi è in grado di pagare le tasse. […] La correzione di queste storture sarebbe già molto, ma non sufficiente per convincere le coppie a realizzare senza remore le loro aspettative di fecondità. È innanzitutto necessario migliorare il clima generale socio-economico del Paese, affinché i giovani possano accelerare l’ingresso nella vita adulta ed affrontare in tempi congrui e con la necessaria serenità le scelte riproduttive».

Fuori dall’Italia, politiche di alleggerimento fiscale per i genitori che li seguano lungo tutto il percorso di crescita dei figli hanno dato risultati positivi: «Visto ciò che accade negli altri paesi sviluppati, è innanzitutto necessario modificare profondamente il regime fiscale, spostando risorse a favore delle famiglie con figli. I casi recenti della Germania (fecondità da 1,33 figli per donna del 2006 a 1,60 del 2016) e della Russia (da 1,30 del 2006 a 1,75 del 2016) hanno mostrato che i soldi contano, specialmente se vengono erogati in modo strutturale e per tutto il periodo in cui i bambini sono a carico dei genitori».

Da ultimo, non bisogna tralasciare il problema culturale italiano, che oggi porta le coppie a ridurre il numero dei figli per garantire loro una maggiore qualità della vita, in un contesto di risorse limitate. Non è detto che un vantaggio economico per le famiglie si traduca immediatamente nella decisione di avere più figli, ma potrebbe limitarsi alla scelta di investire le maggiori entrate sui figli già nati.

(Foto di Tim Bish su Unsplash)