Uno studio condotto in India ha riportato in auge il dibattito sull’efficacia del plasma cosiddetto “iperimmune”, ossia la parte del sangue delle persone guarite dal COVID-19 che contiene gli anticorpi della malattia. Si tratta del primo esperimento fatto con un gruppo di controllo, ossia confrontando due gruppi di persone delle quali una riceve il trattamento e l’altra no. Ha coinvolto 464 pazienti adulti distribuiti in 39 ospedali. I risultati non hanno mostrato particolari differenze nella risposta al virus, suggerendo che l’infusione del plasma non abbia dato particolari benefici alla salute dei pazienti. Ci sono però alcuni aspetti della ricerca che, per quanto condotta con grande serietà secondo alcuni esperti, rendono i risultati poco significativi. L’80 per cento dei pazienti, infatti, aveva contratto il virus una settimana prima del trattamento e aveva già sviluppato i propri anticorpi. Una condizione che rende meno probabile l’efficacia della terapia a base di plasma. Inoltre, diversi esperti concordano sul fatto che la carica di anticorpi presente nel plasma trasfuso fosse troppo bassa per agire in maniera significativa sul decorso della malattia. In risposta, i ricercatori hanno detto che anche i pazienti che hanno ricevuto livelli più alti di anticorpi non hanno comunque fatto registrare miglioramenti. La preoccupazione di alcuni scienziati è che la troppa attenzione verso il plasma iperimmune possa distogliere i volontari dal rendersi disponibili per altri trattamenti che hanno priorità più alta, come quelli per un farmaco specifico e per il vaccino.

Un po’ di ripasso sul plasma iperimmune

Per plasma convalescente iperimmune si intende il plasma (cioè la parte liquida del sangue, che contiene proteine e una serie di nutrienti) delle persone che sono da poco guarite dal COVID-19. La particolarità di questo plasma è che, provenendo da persone che hanno avuto la malattia, contiene gli anticorpi in grado di sconfiggere il virus. L’idea è quindi che iniettandone una certa quantità (in media con il sangue donato da una persona si trattano fino a due pazienti) in un organismo malato, gli anticorpi aiutino quest’ultimo nell’affrontare la malattia. È una tecnica che si usa anche con altre malattie, spesso con buoni risultati, quando ancora non c’è un trattamento farmacologico standardizzato (come per il coronavirus). Il trattamento con plasma convalescene è però un approccio emergenziale, a cui si può ricorrere quando le persone hanno già sviluppato la malattia respiratoria provocata dal coronavirus. Da ciò che si è visto nei pazienti studiati finora, l’infusione del plasma iperimmune è più efficace se avviene in fase precoce, perché provoca una maggiore riduzione della carica virale e un miglioramento clinico e nei risultati di laboratorio. L’obiettivo delle sperimentazioni non è far sì che l’infusione di plasma iperimmune diventi un trattamento standardizzato per la cura del COVID-19. Non è infatti un tipo di intervento riproducibile su larghissima scala, perché le disponibilità di plasma non sono sufficienti, e inoltre il trattamento del plasma per rimuovere le sostanze da non infondere nel paziente è complesso e costoso. Il plasma iperimmune resta però promettente per due motivi: il primo è che, finchè non sarà trovato e prodotto un farmaco specifico o un vaccino, può essere utile come soluzione emergenziale; il secondo è che, grazie alle immunoglobuline contenute nel plasma, nei prossimi mesi potrebbe essere possibile sintetizzare le immunoglobuline necessarie a produrre un farmaco specifico.

(Foto di Obi Onyeador su Unsplash)