di Daniela Marchitto

Domenica 11 ottobre, in oltre 200 piazze in tutta Italia, è volato di bocca in bocca un messaggio un po’ originale, fatto di cioccolato. Il suo sapore era forte e intenso e il ripieno faceva appello a un futuro possibile: un futuro più indipendente per le persone con sindrome di Down.

Avevamo già pubblicato il video della campagna Dear future mom in occasione della Giornata mondiale della sindrome di Down, e torniamo a parlarne in questi giorni, in cui si è celebrata la Giornata nazionale delle persone con questa sindrome (le manifestazioni non si limitano alla giornata di domenica).

Il Coordinamento nazionale associazioni delle persone con sindrome di Down (CoorDown), organismo ufficiale di confronto con tutte le Istituzioni per quanto riguarda le problematiche e i diritti delle persone con la sindrome di Down, si è concentrato quest’anno nella campagna di sostegno dell’autonomia abitativa: i protagonisti dello spot della Giornata nazionale, Salvatore e Caterina, rappresentano la fine di un percorso che li porta a raggiungere il traguardo di una vita indipendente. Ed è proprio così che recita il messaggio di cioccolato: «Un futuro più indipendente è un futuro possibile». Un futuro in cui si è liberi, soprattutto, di amare, di lavorare e di abitare in autonomia. La vita affettiva delle persone con sindrome di Down è tuttora un tabù, avvolto da ingiustificati timori, che relegano le loro potenzialità relazionali a un ambito quasi infantile. E sono le stesse paure a ostacolare la costruzione di un’indipendenza economica, lavorativa e abitativa.

La vera vittoria, oggi, è poter affrontare questi temi usando con più disinvoltura il tempo presente: esistono già moltissime realtà, nel nostro Paese e non solo, di persone affette da Trisomia 21 (nome scientifico della sindrome) che hanno ottenuto un titolo di studio universitario (Erasmus compreso), che lavorano, che vivono insieme al loro compagno o compagna (in alcuni casi ufficialmente sposati).

Non bisogna dimenticare che gli articoli 19 e 23 della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità promulgano la “Vita indipendente ed inclusione nella comunità” e il “Rispetto del domicilio e della famiglia”, e sono molte e molto valide le associazioni che stanno collaborando, insieme a CoorDown onlus, alla piena realizzazione di questo diritto (qui il documento del Progetto AA Autonomia Abitativa cercasi, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali).

Se nello spot della Giornata mondiale il messaggio sembrava rivolto espressamente, e quasi esclusivamente, a chi è direttamente coinvolto nella condivisione della propria vita con una persona affetta da sindrome di Down (una futura mamma), si fa ora sempre più urgente la necessità di concentrare l’attenzione su chi di questo mondo ha sentito parlare poco e male. A chi crede che si tratti di persone incapaci di studiare, fare sport, lavorare, dedicarsi ad attività artistiche, viaggiare, amare. Inadatti a vivere una vita in piena dignità e autonomia.

Sono loro stessi a dimostrare ogni giorno che si può fare, con un timido «Io ci provo» o con un agguerrito «Perché non dovrei?»; è grazie a loro che possiamo cominciare (si è sempre in tempo) a demolire false credenze e infondate paure: ci insegnano, non senza un pizzico di ironia, che ad avere qualcosa in più sono loro. Un cromosoma in più, per la precisione.

È grazie a Salvatore, Caterina e a tanti altri che, supportati, oltre che dalle loro forze, da un ambiente sociale e familiare favorevole e stimolante, possiamo ricordare che il futuro indicativo, nella grammatica italiana, si chiama futuro semplice.