Poco più di un anno fa parlavamo su ZeroNegativo dell’esperienza positiva di Riace nell’accoglienza di migranti e del sistema di integrazione del piccolo comune calabrese. In questi giorni tutto ciò di cui allora si parlava con grande enfasi (con tanto di menzione su Forbes per il sindaco Domenico Lucano) è messo in discussione. Questo perché secondo diverse fonti, durante un’ispezione del Ministero dell’interno, sono state evidenziate perplessità in merito al sistema di “bonus” e “borse lavoro” che nel corso degli ultimi anni ha permesso di integrare, in un paese che si stava svuotando per la forte emigrazione, oltre 500 stranieri, ridando respiro anche all’economia locale. Secondo quanto riportato da Daniele Biella su Vita, il sindaco sarebbe pronto a dare le dimissioni nel caso in cui il modello da lui sostenuto fosse cancellato: «Se bocciassero il nostro modello d’accoglienza, non avrei alternative a lasciare il mio incarico», avrebbe detto in diverse occasioni.

I due strumenti principali che stanno alla base dell’accoglienza di Riace sono i “bonus” e le “borse lavoro”. I primi sono una sorta di “buoni” che i migranti possono spendere per fare piccoli acquisti in alcune attività convenzionate del paese. Poi, quando arrivano i soldi dal Ministero, agli esercenti viene versato il corrispettivo economico di quanto concesso. Le seconde sono invece dei fondi (sempre di provenienza ministeriale) che il Comune investe per poter retribuire gli stranieri che si impegnano a imparare un mestiere in uno dei laboratori di artigianato presenti sul territorio. Si tratta dunque di strumenti semplici quanto efficaci nel promuovere un modello di inclusione che tratta i migranti innanzitutto come persone (ancora prima che come risorse) e tiene conto anche delle esigenze di sviluppo dell’area. Non è ovviamente un modello replicabile ovunque, ma si tratta di un’esperienza di successo che andrebbe sostenuta, non messa in discussione.

L’Associazione dei Comuni virtuosi ha lanciato un appello per scongiurare la chiusura del progetto, sottolineando l’importanza che esso ha avuto nella vita del paese: «In questi sedici anni Riace ha saputo uscire dall’isolamento storico di un territorio particolare come la Locride – si legge nel testo – e imporsi sul piano nazionale e ultimamente internazionale diventando un vero punto di riferimento sull’accoglienza migranti». Non solo Riace, ma anche altri comuni hanno risposto adottando negli anni strumenti simili: «Progetto, vogliamo ricordarlo, che è stato da stimolo per tutti i progetti nati in seguito nella Locride e in Calabria, progetto che è diventato modello e copiato in tutta Italia. Progetto che ha sempre risposto di , alle telefonate di emergenza umanitaria della Prefettura, dove richiedevano posti di accoglienza – qui e ora – senza attendere carte, timbri, assegnazione…».

Per aderire all’appello bisogna mandare una mail all’indirizzo iostoconriace@gmail.com, indicando nome, cognome, professione (o associazione di appartenenza) e città. Anche Mario Congiusta, padre di un commerciante ucciso dalla ‘Ndrangheta nel 2005 (e fondatore della Gianluca Congiusta Onlus) ha espresso il proprio rammarico per come si stanno mettendo le cose: «Quello partito da Riace è l’unico modello di integrazione che funziona, basato sull’incontro tra cittadini e migranti e sul mantenimento dei nuclei famigliari degli accolti, altro che casermoni e luoghi dove vengono ospitate centinaia di persone con l’alto rischio di lucro per chi gestisce tali strutture».

In attesa che avvenga l’incontro tra l’amministrazione comunale e i funzionari del Ministero, previsto per domani, vale la pena ricordare le parole di Lucano, che in un articolo uscito su Internazionale nel 2016 elencava i punti fondamentali del suo pensiero sulla questione: «Primo, i migranti non sono una maledizione ma una risorsa; secondo, alla valorizzazione della costa jonica non servono gli ecomostri in riva al mare ma il recupero dei vecchi borghi in collina; terzo, i 35 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante – un costo comunque dimezzato rispetto a quello che comporterebbe la sua permanenza in un centro d’accoglienza – non va usato in modo assistenziale e parassitario, ma va investito per creare un posto di lavoro».

Fonte foto: flickr

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