Nonostante l’aura di “iperconnettività” che permea il periodo in cui stiamo vivendo, a minacciare la salute di molte persone è il fenomeno opposto: la solitudine. Sempre più studi negli ultimi anni stanno confermando che percepirsi soli, o comunque privi di legami affettivi soddisfacenti, può portare a una riduzione della speranza di vita. La campagna più citata su questo tema è stata lanciata in Inghilterra nel 2011 e si chiama Campaign to end Loneliness. Sulle pagine del sito, tra le altre cose, si scopre che l’isolamento sociale è paragonabile, come impatto sulla salute, all’abitudine di fumare 15 sigarette al giorno (Holt-Lunstad, 2015), e inoltre la solitudine rallenta la capacità di recupero dalle malattie (Marmot, 2010). Su quest’ultimo punto ci sono studi più recenti, come spiega Amy Ellis Nutt sul Washington Post (traduzione nostra): «[Nel 2015, lo psicologo Steve] Cole e i suoi colleghi alla Ucla School of Medicine, in collaborazione con l’Università della California a Davis e l’Università di Chicago, hanno svelato le complesse risposte del sistema immunitario nelle persone sole. Hanno scoperto che l’isolamento sociale innesca l’attività dei geni responsabili delle infiammazioni e “spegne” quella dei geni che producono gli anticorpi per combattere le infezioni».

Sono molti gli articoli di taglio scientifico su riviste straniere a occuparsi periodicamente di questo problema, mentre in Italia l’argomento è relegato prevalentemente alla copertura di casi di cronaca in qualche modo legati alla solitudine. Non abbiamo trovato dati o informazioni precise a riguardo. Un racconto interessante, uscendo per un attimo dall’ambito scientifico, è quello fatto dalla musicista e scrittrice britannica Tracey Thorn (alcuni la ricorderanno nel duo Everything but the girl, attivo dagli anni ’80) sulla sua rubrica per il New Statesman. In un suo articolo, tradotto in italiano da Internazionale, Thorn racconta le sensazioni provate dopo dieci giorni vissuti in solitudine. Non totale, visto che «c’è un quindicenne in casa con me, e anche una diciannovenne, ma gli adolescenti vivono nelle loro camere, emergendone solo ogni tanto per annunciare che sono diventati vegetariani o che vogliono un poster dei Pink Floyd, quindi non è che siano di grande compagnia».

Al di là delle battute, effettivamente gli articoli scientifici che parlano di solitudine tengono a specificare che non bisogna confondere quest’ultima con lo “stare da soli” in senso letterale. Passare molto tempo da soli può essere una condizione che non innesca le dinamiche della solitudine, se alla base c’è la consapevolezza di avere una rete relazionale forte. Allo stesso modo, si può soffrire di solitudine anche passando del tempo con altre persone, ma comunque percependo la sensazione di isolamento. «C’è una stranezza nello stare da soli – continua Thorn –, ti dà la sensazione di essere una persona più stramba di quanto pensassi. Stare in compagnia, o con un partner la maggior parte del tempo, comporta continui piccoli aggiustamenti e compromessi e ti costringe a cambiamenti impercettibili per adattarti agli altri. Smussi gli angoli, ti rispecchi nell’altro e finisci per somigliargli, e questo ti fa sentire normale. Ma quando non c’è nessuno che nota quello che fai, che mangi, che bevi o che guardi, e puoi fare le tue scelte da solo, cominci a chiederti se quelle scelte non siano un po’ strane».

Grazie alla Campaign to end Loneliness si è scoperto che la “medicina” che manca a molte persone sole è semplicemente la possibilità di ridere con qualcuno. Un sondaggio tra 65enni ha evidenziato poi che al 52 per cento degli intervistati manca semplicemente il fatto di stare con qualcuno, mentre il 46 per cento sente la mancanza di un abbraccio. Sono i momenti quotidiani quelli più ricercati, come la possibilità di condividere i pasti (35 per cento), prendersi per mano (30 per cento), fare passeggiate (32 per cento) o andare in vacanza (44 per cento).

Sarebbe interessante che anche in Italia si avviasse una campagna simile a quella inglese, in cui le persone siano invitate ad attivarsi per scoprire come diventare parte della soluzione al problema. Ma forse manca ancora una sufficiente consapevolezza rispetto alla sua entità e ai rischi che esso comporta per la salute, per non parlare della qualità della vita. «Nel suo libro The lonely city, Olivia Laing scrive di come la solitudine renda le persone più sensibili alle minacce sociali – scrive ancora Thorn –, più preoccupate della maleducazione e del rifiuto, cosa che inevitabilmente porta chi è solo a diventare ancora più isolato e diffidente. “Questo significa che più le persone stanno sole e meno sono capaci di navigare le correnti sociali. La solitudine cresce intorno a loro, come un’ingessatura o una pelliccia, un profilattico che inibisce il contatto…”. Tutto questo non mi succederà in dieci giorni, me ne rendo conto, eppure percepisco la rapidità con cui l’isolamento ti assale. Non ti senti più solo strano, ma anche invisibile. Come cantavo in Single: If no one calls and I don’t speak all day / Do I disappear? (Se nessuno chiama e non parlo per tutto il giorno / scomparirò?)».

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