di Federico Caruso

Ha fatto molto discutere l’intervista rilasciata da Davide Casaleggio al quotidiano La Verità, in cui il manager milanese ha parlato di una possibile abolizione del Parlamento, ipotizzando una sua totale sostituzione con meccanismi di “democrazia diretta”. Solo qualche anno fa, una dichiarazione simile avrebbe messo in allarme e fatto parlare di “rischio di deriva autoritaria”. Oggi, pur incontrando scetticismo e parziali prese di distanza anche tra le file del partito nato in seno all’azienda di cui Casaleggio è presidente, è un’opinione di cui si discute con una certa tranquillità.

Del resto la democrazia è in arretramento nel mondo, dunque è normale incontrare più disponibilità a ridiscuterne i meccanismi e il funzionamento. Interessante a questo proposito recuperare un articolo dello psicoanalista Sergio Benvenuto, uscito su Doppiozero nel 2016. Benvenuto porta una nota storica importante: il sogno della democrazia diretta non è un’idea nuova. Anzi, è connaturato alla nascita della democrazia, e uno dei suoi principali sostenitori era Jean-Jacques Rousseau. Non a caso, la piattaforma con cui la Casaleggio Associati gestisce le votazioni online del Movimento 5 Stelle si chiama Rousseau (così come l’omonima associazione, di cui Casaleggio è presidente). Sembra dunque possibile tracciare una linea retta che parte dal filosofo svizzero-francese e arriva alle idee dell’imprenditore milanese.

Ma vediamo, dalle parole di Benvenuto, qual era l’idea di democrazia diretta che animava il primo, oltre a una serie di altri esempi storici: «Rousseau pensava a una democrazia buona per la sua piccola Ginevra, città virtuosa dove tendenzialmente tutti si conoscevano. Ed erano una forma di democrazia diretta anche i soviet bolscevichi, ovvero assemblee di operai, contadini e soldati, prima che il partito comunista non confiscasse completamente il loro potere. Negli anni tra i ‘60 e i ‘70, all’epoca della contestazione, la democrazia diretta veniva spesso evocata. Ma allora quei progetti, troppo marcati dal sinistrismo, avevano uno scarso riscontro elettorale». Oggi il consenso elettorale verso chi sostiene un deciso aumento delle forme di democrazia diretta è invece molto alto.

La contrapposizione è forse solo apparentemente collegata alla maggiore o minore efficacia del meccanismo rappresentativo o di quello privo di mediazione. La discussione appare viziata da due aspetti: da un lato l’idea che tutti i politici siano corrotti (il concetto di “casta” ormai da anni associato a tutta la classe politica), dall’altro la non accettazione della complessità della realtà e della società. Il primo aspetto dovrebbe aiutare a rendere meno sorprendenti le parole di Casaleggio: se si sostiene l’idea che “i politici rubano”, piuttosto che “alcuni politici rubano”, allora l’obiettivo non può che essere rimuovere i politici, e non cercarne di migliori. Ridurli a meri garanti del fatto «che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti» equivale a privarli di ogni potere, ossia ciò che innesca forme di corruzione. Sul secondo aspetto, torniamo alle parole di Benvenuto: «La politica è lavoro sporco – e qui sta la sua drammaticità – perché deve continuamente mediare tra desideri per lo più confliggenti. Ed è per questo che ogni politico quando governa “tradisce” sempre i sogni del proprio elettorato: chi governa non può concentrarsi solo sui sogni di chi l’ha votato, deve tener conto del caleidoscopio dei sogni di altri. Perciò tanta gente puntualmente si dice delusa dai politici che hanno votato quando costoro governano: essi credono che i politici abbiano la bacchetta magica per risolvere i propri problemi fondamentali, e se non la usano – pensano – è perché sono corrotti e venduti. Ma l’arte della politica è priva di bacchetta magica».

Non bisogna dimenticare nell’analisi l’aspetto tecnologico. Come ricorda il sociologo Davide Bennato, intervenuto ieri alla trasmissione Tutta la città ne parla, in onda su Radio3, la tecnologia non è mai un attore neutrale. La visione della tecnologia come mezzo per attuare il sogno utopico di una democrazia perfetta e compiuta risale agli anni ’90 del Novecento, ed è stata superata dalla letteratura di settore. Le piattaforme di democrazia diretta, come qualunque altra piattaforma, portano con sé dei difetti (anche detti bias) dovuti al modo in cui sono state programmate. Si comportano, in sostanza, come delle black box: possiamo conoscere l’input e l’output del sistema, ma non il suo funzionamento interno.

(Foto di Kai C. Schwarzer su flickr)