Lo sport professionistico femminile in Italia (così come nel resto del mondo) è ancora lontano dal godere degli stessi diritti di quello maschile, sia dal punto di vista degli stipendi che in termini normativi. Grazie anche alla popolarità (per certi versi inaspettata) di cui hanno goduto i Mondiali femminili di calcio, alcune cose stanno cominciando a cambiare. Un articolo di Vittorio Martone per il blog Le parole e le cose ha messo in fila alcune questioni ancora sul tavolo. Riassumiamo di seguito i passaggi fondamentali del pezzo.

Una dimensione terrena e umana

«Dopo l’ultima amichevole in casa delle Azzurre, a Ferrara, la difensore Elena Linari affermava di partire per il Mondiale con la voglia di far conoscere e apprezzare il suo sport “sano e pulito”. Uno sport di prossimità, in cui le atlete vivono ancora in una dimensione terrena e umana, e in cui, come nel calcio dei primordi, sono ancora recenti le storie di chi va ad allenarsi dopo il lavoro (le stesse che nel maschile sorprendono, come nel caso dell’Islanda o delle Fær Øer, per chi le ricorda). Come trasportare uno sport radicato nel dilettantismo, che ambisce al riconoscimento di diritti paritari e che pertanto spinge a una battaglia collettiva sul riconoscimento del lavoro sportivo, è tema che riguarda anche il movimento italiano. Come farlo senza incorrere in tutte le deformazioni degli sport professionistici maschili, è la domanda chiave.

Le opportunità del Mondiale

«Gli ascolti che hanno caratterizzato l’ultimo Mondiale di Francia 2019 parlano di una grande attenzione verso questa disciplina, sicuramente aiutata dal fenomeno del grande evento (effetto Luna Rossa): un’audience globale di quasi un miliardo di persone e, in Italia, casi record come quello di Italia-Brasile del 18 giugno, con 6.525.000 persone a seguire il match sulla Rai e 778.000 su Sky».

«L’Italia deve organizzarsi per non perdere l’opportunità», ha commentato al riguardo Katia Serra. Ex giocatrice, allenatrice della Nazionale delle parlamentari, voce tecnica di Rai prima e di Sky oggi, ma soprattutto responsabile del calcio femminile nell’Associazione italiana calciatori (il sindacato del calcio) e da poco membro del Consiglio direttivo della Divisione Calcio Femminile, il tavolo della Figc incaricato dello sviluppo del settore, Serra è tra le persone che da anni, sia dietro le quinte che sotto i riflettori, lavora per la crescita di questo movimento sportivo in Italia. Ed è la testimone ideale per un’analisi del contesto italiano. “L’attenzione c’è stata – dice – anche oltre le previsioni, in termini quantitativi. Ma se rifletto sulla natura di questa attenzione, ho l’impressione che si è troppo parlato del fenomeno socio-culturale del calcio femminile trascurando però gli aspetti di campo. Questo mi fa capire che siamo ancora allo step precedente dell’affermazione della nostra esistenza. E speriamo quindi che questo innamoramento non sia solo folgorazione, o meglio che sia una folgorazione che si tramuti in amore duraturo”».

Le conquiste e le questioni in sospeso

«”Con lo sciopero del 2015 che ci portò a non giocare la prima di campionato – racconta Serra – abbiamo conquistato accordi pluriennali e soprattutto la costituzione di un fondo, affinché in caso di fallimento societario le ragazze possano prendere un risarcimento. Durante il precedente Governo, grazie al lavoro fatto con il Ministero dello Sport, è arrivato il riconoscimento della maternità. Adesso la battaglia si sposta sul considerare lo sport come lavoro, il che vuol dire previdenza e tutele. Non esiste più un ministero ad hoc, che ci manca molto. Ci sono sicuramente difficoltà economiche, di sostenibilità. E l’onda mediatica porta molti a parlare di professionismo sportivo ormai prossimo. Ma la verità è che ci vorranno ancora almeno altri due anni. Noi come sindacato continuiamo intanto a muoverci, per garantire tutele che avvicinino queste ragazze al professionismo”.

Il professionismo sportivo in Italia è in effetti il fulcro della questione. La materia è regolata da una vecchia legge, la n. 91 del 23 marzo 1981, che di fatto lascia a ciascuna società sportiva (e quindi a monte alle Federazioni di riferimento) la scelta di costituirsi in srl o spa per poter sottoporsi al regime del professionismo. Una scelta che ha dei costi notevoli, che spinge tutti a rimanere nel dilettantismo (tant’è che sono solo quattro gli sport professionistici in Italia: calcio, basket, ciclismo e golf). Generando però i corpi sportivi delle forze armate come soluzione per garantire stipendi e pensioni agli atleti. C’è in corso un tentativo di riforma complessiva dell’ordinamento sportivo, di recente passato alla Camera e che va ora al Senato. E al termine di questo iter ci vorrà un anno dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per avere i decreti attuativi».

(Foto di Vikram TKV su Unsplash)