C’è un universo di giovani vasto e preoccupante, che va sotto l’etichetta di Neet, dall’inglese “Not in Education, Employment or Training”. Ossia persone che non lavorano, non studiano e non sono impegnate in percorsi di formazione. Una ricerca promossa da WeWorld ha provato a tracciare i confini del fenomeno in Italia, i cui numeri sono descritti dall’Istat. I dati (aggiornati alla fine del 2014) cambiano a seconda delle fasce d’età considerate: si calcola che i Neet tra i 15 e i 34 anni siano 3 milioni e 512mila, 2 milioni e 405mila tra i 15 e i 29, 2 milioni 328mila tra i 18 e i 29. A traghettare i giovani verso questa “area grigia” è in gran parte l’abbandono scolastico, associato a un ambiente familiare di scarso livello culturale e quindi poco stimolante.

Lo studio (dal titolo “Ghost”, consultabile qui) ha previsto interviste approfondite a 42 ragazzi provenienti da sette città italiane (Torino, Milano, Pordenone, Palermo, Napoli, Roma, Bari). Allo stesso tempo, la ricerca si è avvalsa di un sondaggio nazionale realizzato da Ipsos su un campione di mille giovani, volto a raccontare il punto di vista degli intervistati su tematiche connesse al fenomeno Neet. «In particolar modo – si legge – si coglie bene come i ragazzi vedano i Neet: fannulloni, chiusi, poco speranzosi. Proprio questa dicotomia – tra “chi ce la fa” e “chi no”, “chi ha alle spalle una famiglia che sostiene e ispira” e “chi si sente schiacciato da un futuro che vede sempre più nero” – sembra essere destinata a crescere».

La dispersione scolastica, si diceva, è un grave fenomeno nel nostro Paese, strettamente correlato all’oggetto dell’indagine. «Con il 15 per cento di ragazzi che abbandonano gli studi, l’Italia è in fondo alla classifica europea la cui media è pari al 11,7 per cento, e continua a scontare un gap con gli altri Paesi, come ad esempio la Germania dove la quota è sensibilmente più bassa (9,5 per cento), o la Francia (8,5 per cento) e il Regno Unito (11,8 per cento). Un divario che aumenta se guardiamo al Sud ed alle Isole, dove vi sono regioni ben lontane dalla media europea (Sardegna 24,3 per cento, Campania 22,2 per cento, Puglia 19,9 per cento). La crisi economica rischia di compromettere i passi in avanti fatti dal 2000, quando gli early school leavers (coloro che abbandonano precocemente la scuola, secondo la definizione in uso in Europa per la dispersione scolastica) risultavano il 25,3 per cento».

La correlazione è molto evidente se si considera che un ragazzo su quattro, tra i Neet italiani, ha alle spalle un’interruzione di studi. Ad aggravare la situazione è il contesto familiare e sociale: «La condizione economica e sociale d’origine, la situazione famigliare e personale (disoccupazione di uno dei genitori, separazione, malattia…), il contesto economico nazionale. In particolare rispetto al loro percorso di studi, la famiglia assume un ruolo determinante e quasi deterministico: genitori con titolo di studio basso avranno con ogni probabilità figli poco istruiti». La grande quantità di “tempo libero” non è sfruttata da questi giovani in attività sociali o culturali: «Nelle storie dei Neet è poco presente la partecipazione a realtà associative e gruppi organizzati, siano essi di tutela ambientale, sport, cultura, politica o impegno sociale o solidaristico. La scuola, intesa come ambiente educativo, appare poco presente e poco viva».

Causa di questa “apatia” è anche il disagio psichico causato dal continuo insuccesso, prima scolastico, poi lavorativo: «Le mie esperienze scolastiche e l’approccio al mondo del lavoro mi hanno portato a sviluppare sempre maggiore ansia e insicurezza – ha detto uno degli intervistati –. Il malessere diventato ormai fisico nell’affrontare una nuova sfida è tale da bloccarmi in una condizione di stallo, per migliorare questa situazione forse dovrei fare delle esperienze di gratificazione che compensino quelle negative già ampiamente provate». Spesso c’è anche un’idea di impotenza, dovuta al fatto che si percepiscono delle cause esterne, più o meno generiche, che impediscono la piena realizzazione della persona: «Eh sì, lo sono. Sono un Neet per cose che non dipendono da me», dice un altro intervistato.

Sono necessarie politiche di prevenzione del fenomeno che abbraccino tutti gli ambiti che stanno contribuendo a farlo crescere. Il governo ha proposto il programma Garanzia giovani, in risposta a una raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea, il quale non ha però dato i risultati sperati, arrivando a dare impiego ad appena 779 giovani, a fronte di uno stanziamento complessivo di circa un miliardo e 513 milioni di euro: «I dati di monitoraggio disponibili al mese di luglio 2015 indicano un numero complessivo di giovani che si sono registrati al programma di poco inferiore a 700mila unità che, al netto di cancellazioni, risultano essere 590mila. I soggetti presi in carico dai servizi territoriali sono 350mila (ovvero il 66 per cento di quelli registrati) e quelli cui è stata proposta una misura prevista dal Piano operativo, sono 113mila. Il 53 per cento dei giovani si concentra nella fascia d’età 18-24 anni; il 18 per cento dei giovani ha conseguito una laurea, il 57 per cento risulta diplomato e il 25 per cento risulta avere un titolo di studio di terza media o inferiore. La Sicilia è la Regione con il più alto numero di giovani registrati (123mila), seguita da Campania (80mila) e Puglia (51mila). Garanzia Giovani aveva come compito anche quello di promuovere offerte di lavoro nelle aziende ma, al contrario dei dati riferiti alle iscrizioni dei giovani, a latitare sono le opportunità di lavoro complessive pubblicate dall’inizio del progetto, che sono pari a 61.050, per un totale di meno di 90 mila posti (87.849); di questi, 779 sono ad oggi attivi, per un totale di 1.683 posti disponibili».

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