A seguito di un recente caso di violenza sessuale su una giovane studentessa di origini asiatiche a Firenze, il ministro dell’Interno Matteo Salvini è tornato a parlare di “castrazione chimica” come “pena esemplare” per coloro che compiono stupri. Ma che cos’è la cosiddetta “castrazione chimica”? Ed è vero, come ha affermato Salvini, che in altri Paesi si sta sperimentando in questa direzione?

L’espressione che si è ormai diffusa per riferirsi al trattamento in questione è piuttosto fuorviante. La parola “castrazione” fa subito pensare all’intervento chirurgico, quindi a una misura irreversibile. La “castrazione chimica”, che sarebbe più corretto chiamare trattamento farmacologico antilibidico (mediaticamente non funziona proprio, ce ne rendiamo conto) è invece un trattamento reversibile. Trattandosi della somministrazione di un farmaco che riduce la produzione di testosterone, una volta che questa viene interrotta la secrezione dell’ormone riprende.

A livello europeo, effettivamente ci sono Paesi che utilizzano questa misura. La maggior parte però la usa come intervento correttivo, non punitivo. Nella maggioranza dei Paesi in cui è prevista dall’ordinamento (Svezia, Finlandia, Danimarca, Norvegia, Germania, Francia, Belgio, Regno Unito in fase sperimentale), la sua applicazione è strettamente legata al consenso individuale. In altre parole, non si tratta di una pena inflitta al condannato, bensì di una misura che va a integrare terapie di recupero psicologico e psichiatrico, e in qualche caso può sostituire o abbreviare la detenzione. In un ridotto numero di Paesi, invece (Polonia, Russia, parte degli Stati Uniti), può essere assegnata come pena coercitiva nel caso di abusi commessi su minori. È dunque molto approssimativo dire che in altri Paesi si stia sperimentando il trattamento farmacologico come pena contro gli autori di stupro, perché di fatto nella grande maggioranza dei casi si tratta di una misura volontaria e volta a facilitare il recupero dell’individuo.

Invocare soluzioni di questo tipo porta a incorrere in un problema noto: non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Spostare il discorso della violenza sessuale su un ambito prettamente farmacologico rischia di far perdere di vista i contorni del fenomeno, che vanno molto oltre la semplice libido. Com’è noto, e come confermano gli ultimi dati Istat disponibili, la violenza contro le donne in Italia è commessa principalmente da familiari, partner o ex partner. Questo tipo di reati affondano quindi soprattutto in un contesto culturale che, per quanto sia dato in miglioramento dalle statistiche, vede ancora un tentativo dell’uomo di porsi come soggetto dominante nei confronti delle donne. Calmare chimicamente la secrezione di ormoni maschili non è la soluzione che porterà al cambiamento culturale necessario per cambiare la situazione. Al contrario, può esserlo nei casi di persone con disturbi della personalità e comportamenti devianti che le rendono socialmente pericolose.

Nei casi raccontati dalla stampa straniera, il trattamento farmacologico è somministrato su persone consapevoli di avere un problema con le donne, ma incapaci di controllare i propri istinti. Ma questo tipo di soggetti sono una minoranza, mentre nella maggior parte dei casi chi commette stupri o violenze lo fa a causa di un quadro psicologico e culturale più complesso, che non si riduce alla produzione di testosterone. A leggere gli articoli di qualche anno fa, ci si accorge che in Italia si tende a tornare ciclicamente su certi temi e a sostenere certe posizioni, sull’onda dell’emozione, senza però portare nuove argomentazioni. Come scriveva il Guardian nel 2013, «in molti sono critici rispetto all’efficacia del trattamento, e mettono in discussione le sue premesse. “L’aggressione sessuale spesso non ha a che fare direttamente col sesso, ma con la violenza e la dominazione”, dice Frances Crook, direttore della Howard League for Penal Reform. “I farmaci utilizzati non intaccheranno queste attitudini. Alcuni uomini continueranno a infliggere altri tipi di comportamenti devianti sulle loro vittime, se non sono in grado di agire sessualmente a causa del trattamento. Non sono convinto che un intervento farmacologico possa aiutare a venire a capo dello stimolo psicologico verso l’aggressione”».

Quindi, per concludere, non bisognerebbe vedere nella “castrazione chimica” la soluzione al problema, bensì (come avviene in altri Paesi) uno degli strumenti per affrontare alcuni casi particolari.

(Foto di Thierry Ehrmann su flickr)