Bullismo e cyberbullismo sono due facce di uno stesso fenomeno, che colpisce e rovina l’infanzia e l’adolescenza di molti ragazzi e ragazze. Tra i possibili approcci per affrontare il fenomeno, ultimamente si sta sviluppando quello del gioco. Riportiamo gli ultimi dati Istat, pubblicati a dicembre 2015, per capire di cosa stiamo parlando: «Nel 2014, poco più del 50 per cento degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8 per cento è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1 per cento gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale».

Di bullismo si è parlato in questi giorni, visto che il 22 maggio ricorreva la seconda Giornata nazionale “Giovani uniti contro il bullismo”, culminata con uno spettacolo al teatro Olimpico di Roma, messo in scena da una compagnia formata da studenti, che ha visto la partecipazione e il supporto di numerosi personaggi del mondo dello spettacolo. Oltre a queste attività di sensibilizzazione (e oltre alle attività di tipo psicologico che è importante continuare a fare), negli ultimi anni si sta sviluppando un approccio più legato al gioco come strumento per comprendere e superare certe dinamiche del bullismo.

In particolare, un caso interessante è costituito dal videogioco “Befox Adventures” (scaricabile gratuitamente dai principali store di app per telefoni e tablet), sviluppato dall’azienda Mixel di Lissone, su commissione dell’Asl Monza Brianza. Il protagonista del videogioco, una volpe (Befox), si muove all’interno del proprio quartiere superando delle prove per capire quali sono i suoi amici veri, quelli che fanno solo finta di esserlo e quelli che sono indifferenti alle sue sorti. Imparare come muoversi nei confronti di questi buffi personaggi, che rispecchiano caratteri che si possono riscontrare nelle persone reali, è lo scopo del gioco e un’utile esperienza per trasporre le capacità acquisite nella realtà. «Befox – scrive il Giorno – è la vittima preferita di Sunnio, un bullo che lo umilia, gli fa perdere autostima e lo fa sentire inadeguato per ogni cosa. L’avventura di Befox si compone di una serie di prove (sei giochi) che lo porteranno a scoprire chi sono i suoi amici, chi sono gli indifferenti, ma soprattutto – una volta superate le prove – potrà recuperare fiducia in se stesso, farsi nuovi amici, non avere più paura di Sunnio, in modo pacifico. Il giocatore può aiutare Befox nel suo viaggio scoprendo come fare a superare le prove che mano a mano sarà chiamato ad affrontare. Come farà a recuperare fiducia? Che cosa deve fare per farsi passare la rabbia? Come si trovano nuovi amici?».

Un altro approccio che lega il gioco al superamento di rapporti di tensione che si creano all’interno delle classi è costituito dalla pet therapy, ossia l’utilizzo di animali come strumento di interazione. Se ne è parlato durante un convegno organizzato all’Università europea di Roma sabato 21 maggio. La psicologa Giorgia Caucci ha spiegato: «A tutti i bambini e ragazzi piacciono gli animali, in particolare i cani. La pet therapy a scuola può essere di supporto sia con bambini “difficili” (ritardo psicomotorio e disturbi del comportamento) sia con l’intera classe, agendo sulla socializzazione, sulla relazione e sulla collaborazione. Quando un cane entra in classe le dinamiche cambiano, lasciando spazio all’armonia e alla coesione che portano nell’ambiente emozioni positive. Non solo. Il gruppo classe si unisce e prende forza. Quindi i cani si trasformano in veri e propri maestri, insegnando ai ragazzi l’importanza dell’empatia, della pazienza, e dell’ascolto. Attraverso il gioco con il cane i ragazzi imparano ad esprimere la loro vivacità, condividendola gli uni con gli altri, ricavandone sensazioni di benessere. Quindi, giocare con il cane a scuola permette di stimolare l’interazione sociale e l’autostima. Il cane riveste un ruolo affettivo, grazie alla capacità relazionale dell’animale stesso, che permette ai ragazzi un continuo scambio emozionale». Insomma il bullismo non è un gioco, ma il gioco può rappresentare un valido contributo ad affrontarlo.

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